Grazie Mauro per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Sei nato a Roma nel 1972, vivi a Reggio Emilia dal 1994, sei maresciallo della Guardia di Finanza. Punti di forza e di debolezza.
Grazie a te per l’ospitalità. Di me: orgogliosamente plebeo (odio le ipocrisie e l’ostentazione dei “ruoli”, dei titoli e delle possidenze), scostante, apatico, geneticamente triste, introverso… Sto però (paradossalmente) bene in compagnia e credo di essere ancora il buffone che ero da bambino, (mai) cresciuto nei coloratissimi disagi della periferia romana.
Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?
L’amore per i libri è (ri)esploso una decina di anni fa. In quattro anni, a partire dal 2002, ne ho divorati oltre trecento ammalandomi di plot e di un’insana smania: adesso scrivo la storia che vorrei leggere. Ho scoperto solo dopo che con la scrittura avevo iniziato inconsciamente un percorso rivolto sostanzialmente a me stesso, alle mie insicurezze, ai miei impercettibili traumi, ai miei mille “perché”, che poi sono gli stessi della mia adolescenza.
Parlaci del tuo esordio come scrittore. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto di edizione?
Con la firma del contratto, nulla di particolare: ricevo via posta un pezzo di carta e leggo qualche riga a caso, il tempo di scovare il burocratese della stesura, le clausole asettiche, le percentuali e i Fori competenti. Firmo dopo un minuto, un po’ deluso. Avevo immaginato uno scenario diverso: l’incontro con la redazione, discussioni su trame e personaggi, un bicchiere di vino. Niente, posta prioritaria e un logo come interlocutore. La vera emozione, la “botta”, l’avevo però avvertita qualche mese prima… Ricevo una mail da Sandrone Dazieri, c’è scritto: “Ho letto il tuo libro e mi piacerebbe incontrarti per parlarne”. Chiedo a un mio amico scrittore (Paolo Grugni) di “tradurmi” quella frase. Paolo dice: significa che lo pubblica. Allora afferro un cuscino e inizio a urlarci dentro.
Hai pubblicato già diversi libri: La strada della violenza (Mondadori), Io & Davide (Piemme), Spartaco, il gladiatore (Mondadori), Dove tutto brucia (Piemme). Hai partecipato a due antologie di racconti: La legge dei figli (Meridiano Zero) e Anime nere reloaded (Mondadori). A quale libro sei più legato e perché?
A tutti, anche se per motivi diversi:
La strada della violenza perché è appunto il mio esordio;
Io & Davide perché è il più letterario, malgrado le apparenze “pulp”;
Spartaco, il gladiatore, perché è il più importante (un romanzo attualissimo, “politico”, ma nell’accezione nobile del termine, almeno spero);
Dove tutto brucia, perché in uno dei comparti noir (quello ossessivo, quello con risvolti sociali, quello dove l’intimo delirio dei protagonisti rappresenta per analogia l’intera società) ritengo valga i più nobili titoli italiani dello stesso genere (Romanzo criminale di De Cataldo, Nel nome di Ishmael di Genna, La città perfetta di Petrella), anche se al netto di una dimensione epica che difficilmente può avvertirsi in un romanzo di sola fiction come il mio.
Il migliore, linguisticamente, è invece Il dolore che sarà, pubblicato a settembre del 2011, una novella sulla sofferenza e sul senso di colpa, raccontata da una lavatrice attraverso “voci” particolari (i panni sporchi dei tre personaggi e una di queste appartiene a un bambino di quattro anni, morto annegato). Quando leggo recensioni entusiastiche di romanzi struggenti, emozionanti, disturbanti, avrei voglia di urlare: leggete anche questo, per favore!
E’ appena uscito per Rizzoli il tuo nuovo romanzo storico Il sigillo dei Borgia. Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?
In realtà è stata un’idea dell’editore. Io ho aderito in modo entusiastico perché adoro affrontare nuove sfide e immergermi in situazioni scomode. Inoltre, la proposta dei Borgia mi sembrava una predestinazione: dopo aver scritto Spartaco, un’altra saga con la serie TV in onda.
I Borgia rappresentano la leggenda nera del Rinascimento. Hanno scritto su di loro molti libri, girati molti film e sceneggiati anche in tempi recenti. Cosa pensi il tuo libro aggiunga, in cosa si differenzia da tutti gli altri?
Francamente non ne ho idea, per il semplice fatto che, della sterminata bibliografia che riguarda i Borgia, ho letto solo una decina di libri e solo quattro di questi sono romanzi. Non ho voluto approfondire ulteriormente per evitare condizionamenti. Tra l’altro, considerati i tempi a disposizione per la consegna, non ho nemmeno potuto: avevo solo quattro mesi per scriverlo. Per prevenire potenziali impedimenti, ho dovuto spingere fin dall’inizio e, dopo due mesi, ho inviato il testo.
Chi è esattamente Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI? Ambizioso, lussurioso, spietato, amorale. Che ritratto personale ti sei fatto di questo personaggio?
La mia idea di Rodrigo corrisponde esattamente alla versione che ho rappresento nel libro. È un personaggio talmente “oltre” la moralità che sembra bidimensionale, fumettistico, insomma un modellino narrativo. Io risponderei: di Rodrigo Borgia ce n’è uno solo, sono tutti gli altri a essere copie, a essere cliché! Un uomo fenomenale, che alle “doti” più discutibili che hai citato, univa una vivacissima intelligenza politica e una stravagante e capacità affabulatoria che è poi la perfetta icona di quel nuovo tempo, il Rinascimento, che lui ha cavalcato fino alla fine (basti pensare, per esempio, alle spettacolari celebrazioni pubbliche che inscenava di continuo, ben sapendo quanto il consenso del “popolino” volubile potesse essere condizionato dallo spargimento delle briciole del fasto).
Scelleratezze, assassinii, torture, corruzioni, incesti, adulteri, sembra che i Borgia siano davvero l’incarnazione del male. Anche contestualizzandoli nel periodo storico in cui vissero, erano davvero i più pericolosi e terribili o tutte le dinastie papaline del Rinascimento in un certo senso si somigliavano?
Diciamo che dinamiche e presupposti (assenza di scrupoli e compimento di azioni idonee all’accrescimento del proprio potere e della propria ricchezza) erano pressoché i medesimi tra le diverse “bande”, ma la differenza in quel preciso contesto e momento storico è stata determinata proprio dalla feroce determinazione di Rodrigo.
Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?
Uno in particolare: mi sarebbe piaciuto tracciare un parallelo tra Rodrigo Borgia e un altro, grandioso, personaggio: Girolamo Savonarola. Nel romanzo viene “evocato” più volte da Rodrigo, che è affascinato dal suo carisma e dalla sua oratoria muscolare. Il Papa è un combattente: le sfide lo stimolano, lo eccitano, lo scatenano, lo nutrono. Quella con Savonarola è una sfida all’ultima “parola”, che potrebbe essere proprio quella di Dio. Per lui Savonarola è un “nemico”, e con questo termine lui non ne attesta solo lo status, ma il valore, la forza, la dignità. Credo che la firma apposta sulla bolla di scomunica (che determinerà la condanna a morte di Savonarola) sia stata per Rodrigo una sorta di sconfitta, una resa dialettica.
Il personaggio più tragico e disperato è senz’altro quello di Cesare Borgia, obbligato in un primo tempo a seguire la carriera ecclesiastica, sovrastato da un padre accentratore e dispotico, innamorato della sorella, mandante dell’assassinio di suo fratello, violento, immorale, crudele e più il tempo passa e più sembra peggiorare. Hai notato anche tratti positivi in questo personaggio?
Cesare è un personaggio molto complesso, affascinante, il vero “motore” del romanzo. È la prima vittima delle sue stesse, violentissime, passioni. È in perenne lotta con la propria parte benevola, quella più generosa, quella che per intenderci è visceralmente innamorata di Lucrezia e che inevitabilmente è destinata a soccombere. Tale morte, allegorica, avviene in un preciso momento: quando Cesare contrae il “mal francese”, che gli divora il volto. Difficile individuare tratti positivi, da questo momento, ma bisogna considerare che certi “mali” sono intriseci di certe posizioni che si rivestono, dei ruoli che si stanno interpretando, dei contesti in cui si vive, e Cesare, anche se per un breve periodo, è stato il “principe” di un’Italia impregnata di conflitti (ed è proprio lui, infatti, il Principe di Machiavelli). Possiamo pertanto concedergli qualche attenuante, senza dimenticare altri sventure: un padre così ingombrante e autoritario, una carriera ecclesiastica che non aveva mai accettato, con quegli abiti da cardinale che stringevano le sue ambizioni da guerriero, lo scherno di suo fratello Juan, l’amore impossibile per sua sorella…
Poi c’è Lucrezia Borgia, una creatura quasi eterea, sorridente, allegra, amante delle arti, della poesia, della conversazione colta, molto diversa dalla maestra di veleni che la tradizione ci ha tramandato. L’odio dei nemici dei Borgia, considerati stranieri e usurpatori ha anche influito a dare vita a questa leggenda? Sembra che provi simpatia per questo personaggio, è vero o è solo una mia impressione?
Certo, le maldicenze dei nemici hanno influito parecchio sul “curriculum” di Lucrezia. Nel corso degli anni, alcune leggende sono state giustamente ridimensionate. Lucrezia non è innocente, questo no, ma il mio sguardo nei suoi confronti è stato caritatevole, sostanzialmente per due motivi: tendo a concedere onore e purezza a personaggi femminili e poi, molto pragmaticamente, mi sono posto una semplice domanda: quanta incosciente forza, e quanto coraggio, ci sarebbero voluti per contraddire suo padre e i suoi fratelli, per contrastare il loro volere? Insomma, era un’impresa quasi impossibile. Direi che Lucrezia è proprio figlia di quei tempi e, a un certo punto, prende semplicemente atto dell’inevitabilità del proprio destino, rassegnandosi “cristianamente”. Maria Bellonci ne fa una sintesi raffinatissima: la sua disgrazia non è da ricercare nella sua debolezza ma nell’intima fatalità dei suoi assensi. Una delle parti in corsivo è dedicata proprio a Lucrezia; le voci dell’Europa intera di rincorrono, antitetiche e confusionarie, per assolverla o condannarla, per giustificarla o insultarla. Ed è proprio con questa ambiguità, con questo velo di mistero, seppur tollerante e compassionevole, che ho voluto lasciarla.
E’ un romanzo storico che unisce verità storica e invenzione letteraria. I personaggi di Miguel e Drusilla si basano su persone realmente esistite o sono solo frutto della tua fantasia?
Sì, anche loro sono “reali”, anche se le biografie che li riguardano sono, soprattutto nel caso di Drusilla, ridottissime. Per quanto riguarda le “verità” storiche, perfino quelle riconosciute come inequivocabili potrebbero essere frutto di una precisa costruzione, artefatta per fini ovviamente politici. Rimangono attualissimi parecchi misteri: la prima gravidanza di Lucrezia, la morte di Juan (chi è stato e perché? C’erano centinaia di potenziali assassini; l’interpretazione romanzata è volutamente eccentrica per rappresentare questa abbondanza di moventi), la morte di Rodrigo, il diario del cerimoniere Burcardo, le diverse paternità di Cesare, il ruolo di Jofré e di Vannozza, la scomparsa di Giulia Farnese…
Parlaci della ricostruzione storica che fai di questo periodo storico e culturale. Come ti sei documentato? Da che fonti hai attinto le tue informazioni? Come Maria Bellonci anche tu hai osservato quadri, sculture (citi La pietà di Michelangelo), palazzi antichi, opere d’arte rinascimentali?
Molto, molto meno della Bellonci e di altri “borgiamaniaci”, per i motivi che ti dicevo prima… ma la Pietà di Michelangelo: che emozione! È di una tale bellezza che era impossibile trascurarla e non tentare un “aggancio” con le trame del romanzo. Ho pensato di contrapporla alle certezze di Rodrigo e ho immaginato che il Papa potesse, ammirandola, rimanerne sconcertato. In una scena, i significati che l’opera suggerisce, quella profonda purezza, quello stesso nome evocativo (pietà), piegano le resistenze di Rodrigo, che davanti a un incanto così “alto”, è quasi costretto a fuggire.
Il sigillo dei Borgia è a tutti gli effetti un romanzo storico, ma c’è anche qualcosa del noir. E’ stata una scelta consapevole?
Credo abbia a che fare con il mio sguardo “deviato”, il mio desiderio di scovare tracce di malessere e disperazione e di scavarvi dentro. Occorre premettere però che molte vicende che riguardano i Borgia sono “naturalmente” oscure, quindi era quasi un obbligo narrativo approfondirne alcune. Linguaggio e stile, però, non ricalcano l’andatura sporca e sincopata dei miei noir, sono molto più morbidi, più funzionali al genere storico.
Il romanzo finisce con la morte di Alessandro VI, molti personaggi si apprestano a fuggire penso a Miguel e a Drusilla. La loro storia finisce così o ci sarà un seguito, magari incentrato sul personaggio di Lucrezia?
Il finale è deliberatamente scritto per suggerire la possibilità di un seguito.
Lucrezia e Cesare faranno “Storia” per molti altri anni, ma sono proprio Miguel e Drusilla quelli che mi piacerebbe rincorrere. In questo caso, però, un eventuale seguito dipenderà anche e soprattutto dalle intenzioni dell’editore.
L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?
Grazie a te! Ho un romanzo pronto da quasi un anno: La notte che incontrai Dio. Nel frattempo ho fatto un’ulteriore incetta di suggestioni che si prestano a questa storia di tormenti e redenzioni, ma non ho intenzione forzare la chiusura e quindi il libro è destinato a un altro periodo di letargo. Nel pc ho inoltre una cartella intestata “varie” con i canovacci di altri dieci romanzi. Nel frattempo, assorbo…
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