Buongiorno Darien, grazie per la partecipazione. E’ uscito da poche settimane “Il famoso magico qukapik” (Odoya Edizioni), il tuo ultimo romanzo che sta avendo un grande successo. Ce ne vuoi parlare?
E’ una storia di scacchi, guerre, finzione, propaganda, relazioni, inganno, reclame e … guarda, vado per una soluzione facile: faccio copia /incolla dalla nota di copertina: “Glauko è un giovane dalle mille risorse: stabilisce i coefficienti per le scommesse sulla colpevolezza o meno delle persone indagate; ruba la posta e ricatta i destinatari; porta t-shirt con talune scritte pubblicitarie; vende idee ai grandi supermercati. Elisa è la sua fidanzata. Glauko abita con Mark, strano personaggio che lavora di notte e gioca con lui a scacchi a distanza, lasciando un biglietto vicino alla scacchiera per informarlo della sua mossa. Veli è l’agente di polizia che spera di sbarazzarsi di Glauko e di conquistare Elisa. Glauko vive nell’Impero Occidentale, non diverso dalla nostra Europa. Sullo sfondo, si profila una guerra tra l’Occidente – una sorta di repubblica governata da un certo Wibas – e l’Oriente ‒ una monarchia dittatoriale o forse no, governata da tale Kuzatumba. In realtà gira voce – e tutti ci credono, Glauko compreso – che anche in Occidente ci sia una dittatura e che sia retta dalla forza magica del qukapik (picchio), che fornisce eterno potere. Infatti, su suggerimento del mago Swartzhin, Kuzatumba usa gli escrementi del qukapik per conservare il suo ruolo. I Rapati – immigrati orientali che per legge devono rasarsi quotidianamente per essere sempre riconoscibili – continuano a dire che Kuzatumba non è un dittatore. Poco importa: Wibas ci crede e sembra deciso ad avere il qukapik: si prepara ad andare in guerra quando Glauko incontra Eduart…
Dove nascono le atmosfere un po’ vonnegutiane del libro?
Dalla storia che voglio raccontare. Per questa storia che parla di conflitto, simboli, guerra e fede un ambientazione simile a quella vonnegutiana mi sembrava la più appropriata. Non riesco a decidermi se sono io che ho rubato al buon Kurt o se sia io sia lui abbiamo rubato dalla stessa fonte. Forse questa fonte sono i miei Balcani, un’ entità di confini e storia dove tutto è vero e allo stesso tempo falso a secondo della prospettiva, dove si produce tanto odio ma non si prende mai sul serio. E’ il nostro destino, sospesi tra l’Europa e l’Asia. Poi le cose succedono e basta. Alcune parole vanno dietro ad altre parole per creare degli eventi che poi creano una storia…
“Il famoso magico qukapik“, oltre alla prosa di Kurt Vonnegut, sembra un felice mix di Tom Robbins shakerato alla rakìja, Seattle che incontra i Balcani. Hai dovuto lavorare molto per raggiungere questo tipo di prosa caleidoscopica?
No, in realtà non ho mai lavorato su questo punto, è stato tutto naturale. Ho lavorato, e molto, finché non sono riuscito a capire cos’è la scrittura. Credo che scrivere significa rivelare parte di se stessi, e una volta che ho accettato questo concetto il resto è stato facile. Non doverti più preoccupare di cosa pensano di quello che scrivi – almeno, non tanto – ti rende libero. Oltre a questo, io credo che chi scrive, scrive le storie che vorrebbe leggere. Anche sotto quest’aspetto portare a convivere tutti questi elementi è stato facile.
Come nel tuo precedente romanzo “Solo andata, grazie” (Alba Media Edizioni, 2010) hai scritto in italiano, che non è la tua lingua madre. Una scelta coraggiosa e ammirevole. Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a pubblicare sul mercato italiano?
La lingua. Ogni storia vuole essere narrata in un certo modo. Adesso per esempio sto scrivendo qualcosa ambientato a Tirana, i personaggi bestemmiano e sputano in albanese perché altrimenti sarebbero falsi. E’ l’unico criterio che seguo: abito la lingua.
In “Solo andata, grazie” affronti utilizzando un registro narrativo a metà fra il reportage e il romanzo milleriano, le problematiche degli stranieri in Italia. Vuoi parlarci del libro? Le vicende narrate sono frutto dell’esperienza diretta?
Il libro racconta le storie di migranti giunti in Italia, in un modo e nell’altro. Non è esaustivo, ma di vero. Nasce da esperienze dirette, cose viste o sentite, storie di follia quotidiana. Come quelle di chi raccoglie pomodori per pochi centesimi, chi si da alla cocaina per potere lavorare meglio e intanto combatte contro un sottile razzismo quotidiano. Anzi, combattere è troppo, “lo subisce” è meglio. Ma del resto è normale che sia così. Nessuno ha saputo integrare gli stranieri ne rassicurare gli italiani. Si credeva, forse, che 5 milioni di persone potessero entrare in Italia senza fare alcun rumore? Poi volevo anche parlare della nuova specie di ipocrisia e stupidita. Pensa a un individuo così: ha sistemato i suoi con 500 euro al mese assumendo una badante moldava. Al nero, si capisce. Ha l’amante romena. La sua azienda rischiava di chiudere, quindi ha assunto un paio di africani al nero: gli permettono di andare avanti perché li paga poco e non ci paga manco le tasse. Poi la sera si presenta alla riunione del partito e dice che non si può andare avanti con tanti stranieri, che vorrebbe tornare nel 1980 quando le cose erano più semplici. Alla fine questa gente vuole riscrivere il presente, è solo una grandissima operazione vintage.
Quali sono i tuoi “cattivi maestri”?
Tanti, troppi per essere nominati. Non solo scrittori ma tanti cantanti, registi. Nomi a caso: Jack London,Paco Ignacio Taibo II, Francesco Guccini, Migjeni, Joe Strummer, Bertolt Brecht, Kurt Vonnegut, Sepulveda mi hanno insegnato come vedere la linea gialla e decidere da che parte stare. Confesso che trovarla diventa sempre più difficile. Nick Cave, Hornby, L.Cohen, Bob Dylan, Piero Ciampi, Mike Patton mi hanno insegnato il pop, credo. Da Wallace, De Gregori, Jacques Brel, Dave Edggars, Diaframma e Franzen ho imparato il modo di prendere le distanze da una certa eleganza. Ellroy, Lansdale, Chandler, Carlotto dicevano che ogni tanto fare a botte ci sta, ed è pure divertente, ma che l’importante è scavare. Ma sono solo pochi, ecco. Forse la mia influenza letteraria più importante erano gli slogan comunisti che riempivano la città della mia infanzia. “ Il Partito forgia l’uomo nuovo. Il paradiso socialista è l’unico paradiso possibile. L’imperialismo americano è una tigre di carta.”
Pensi ci siano buoni scrittori albanesi contemporanei che meriterebbero di essere tradotti in italiano?
Pochi. Purtroppo gli scrittori albanesi e kosovari rifiutano di vedere e scrivere la realtà. Si perdono in piccole cose, spesso servono padroni immediati, si pettinano per andare in tv, sono molto interessati a quello che il pubblico pensa di loro, amano specchiarsi nel fango, hanno occhi solo per l’Albania che luccica e non per quella persa nel fango. Poi ci sono le eccezioni: Fatos Kongoli è un buon scrittore albanese, l’unico capace di fare i conti con il passato comunista. Enkelejd Lamaj e Loer Kume sono due giovani ragazzi che si divertono a sconvolgere la letteratura albanese: che Dio li aiuti. Arian Leka, Dritan Mesuli, Visar Zhiti sono poeti della parola e della sensazione.
Cosa stai leggendo attualmente?
Roba della seconda guerra mondiale. Storie, reportage, rapporti, carte processuale di Norimberga. Non ho ancora deciso perché le sto leggendo.
Hai una giornata tipo di lavoro creativo?
No. Mai avuto.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Al momento sto revisionando un libro che dovrebbe uscire in Albania entro il 2012. Poi sono molto stuzzicato da questa idea collegata alla seconda guerra mondiale. Lo sapevi che negli anni ’50 la Cia sospettava che Heinrich Müller, ex capo della Gestapo viveva in Albania, serviva da ufficiale della famigerata polizia albanese e si faceva chiamare Abedin Beqir? Secondo i servizi segreti albanesi però queste voci erano infondate in quanto “fabbricate” ad arte da parte dei servizi segreti sloveni per discreditare il socialismo albanese. Diciamo che non è importante capire se è vero o meno, quello che è importante sono le domande, non necessariamente le risposte. Ipotesi verità: abbiamo perso Müller fuori dal bunker di Hitler e lo ritroviamo a Tirana. Come diavolo fa ad arrivarci, e perché? Ipotesi falsità: è una guerra di spie che si fanno dispetti a vicenda. Ipotesi narrativa: un giovane ufficiale albanese viene incaricato di svolgere ricerche su queste accuse. Cosa scopre? Ogni libro è una domanda, e se quella domanda è posta bene tutto il resto scorre. Ecco, una storia così sarebbe molto divertente da scrivere, anche perché sono stanco di un certo modo di narrare queste spie, roba da Mission Impossibile + annessi e connessi. Sono falsi, bugiardi. Quel lavoro era fatto di case, telefoni che non suonavano, alberghi sporchi, tante inutili paranoie, depistaggi grossolani, ideali o assegni che poi spesso si equivalevano. E tanta, ma tanta ambiguità perché raramente le storie hanno un inizio e una fine…lo stesso spirito ambiguo che pervade una canzone molto bella intitolata The Bagman’s Gambit da The Decemberists. Mi piacerebbe raccontare le cose così come stavano veramente… ma non credo che scriverò mai questa storia.
Grazie e buona giornata.
Grazie a voi. Veramente.
Darien Levani, nato nel 82 a Fratar, è uno scrittore e giornalista albanese che vive in Italia. Collabora con Albania News, Nazione Indiana, Città Metticcia, Shqiptari i Italise, Tirana Calling, Gazeta, Tirana Observer. Ha esordito con il romanzo Solo andata, grazie (Alba Media, 2010) un’inchiesta narrativa sul mondo degli stranieri in Italia. Il magico famoso Qukapik è il suo secondo romanzo.
Lo potete trovare su Anobii
http://www.anobii.com/contributors/Darien_Levani/1626285/
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14 febbraio 2012 alle 17:21 |
Un libro bellissimo, davvero uno scrittore notevole.
14 febbraio 2012 alle 23:25 |
Normally I don’t read article on blogs, however I would like to say that this write-up very forced me to check out and do it! Your writing style has been surprised me. Thanks, quite nice article.
15 febbraio 2012 alle 1:36 |
Mi è piaciuto il libro di questo autore albanese. Molto balcanico, in certi punti grottesco. Usa molto bene la lingua italiana. Una buona lettura.
6 marzo 2012 alle 8:20 |
[…] Intervistë për/pas Qukapik-ut, ku flitet për raki, Vonnegut junior, shërbime sekrete,miq e armiq. Share this:DiggLike this:LikeBe the first to like this post. […]