To be continued. I destini del corpo nei serial televisivi a cura di Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio: 216 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 [Caratteri Mobili, 2012].
Se Charles Dickens o Dostoevskij fossero ancora in vita, con ogni probabilità non scriverebbero romanzi ma sceneggiature di serial tv. Come spiega ottimamente Marco Mancassola nel primo dei dodici saggi che compongono questo libro, le serie televisive americane hanno preso il posto degli ottocenteschi feuilleton.
Seguiti spasmodicamente da folte legioni di fan tramite i canali più disparati (televisione generalista, satellite, cofanetti di dvd, streaming o download illegale), i serial come i Sopranos o Mad Men sono la più potente narrazione dei nostri tempi, il vero grande romanzo americano.
I postmoderni avevano ragione quando sostenevano che tutto era già stato raccontato, ma non importa il cosa, importa il come viene raccontato. E serie come Twin Peaks, Six Feet Under o In Treatment rivoluzionano appunto le modalità di narrazione tradizionali, meticciando i generi fino a sovvertirli.
Ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda alle due curatrici, Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio.
Com’è nata l’idea di questo libro e con quali criteri avete individuato le serie prese in esame?
A.D.: Il libro nasce dalla condivisione di passioni individuali e accademiche che ruotano attorno alle forme della serialità televisiva, tra di noi innanzitutto e poi con altri/e studiosi/e che ci hanno accompagnato durante questo progetto.
In particolare, durante un seminario da noi organizzato presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Bari nel maggio 2010 ci siamo rese conto di quanto fosse centrale la corporeità in questi dispositivi narrativi: sensualità, oscenità, emozioni dei corpi che si muovono sullo schermo si incidono nella carne degli spettatori attraverso la temporalità lunga specifica delle forme seriali. I corpi sono in prima istanza quelli degli attori-personaggi con i quali il pubblico entra in un rapporto intimo scandito dal susseguirsi delle puntate, che sia nella fruizione settimanale o in quella compulsiva di chi divora un’intera serie in pochi giorni.
Se pensiamo poi alla singolarità del corpo dolente di Gregory House, a quella esangue dei cadaveri di Six Feet Under o a quelle sanguigne di True Blood, per fare alcuni esempi trattati nel libro, ci rendiamo conto di come questo aspetto sia centrale per la costruzione dell’intero mondo narrativo di queste serie e senza dubbio ne favorisce il successo.
C.A.: Scorrendo l’indice è possibile ritrovare serial ultracontemporanei accanto a grandi successi del passato come l’intramontabile Sex and the City e il cult di David Lynch degli anni Novanta Twin Peaks. In effetti man mano che ricevevamo le proposte, frutto di un fitto scambio virtuoso via mail durato alcuni mesi fra gli autori provenienti da luoghi geografici e disciplinari assai eterogenei, ci siamo accorte di come la corporeità di per sé si declinava secondo direttrici proprie.
La prima sessione è inaugurata dall’afflato lirico-narrativo di Marco Mancassola che cita Tony Soprano nel delirante episodio in cui il boss ingurgita un peyote e da lì ha inizio il viaggio nella serialità che si conclude, simbolicamente con la sagoma di Laura Palmer con la testa nel sacco, sintesi grafica fra Twin Peaks e Dexter ad opera di Saria Digregorio e Chiara Dellerba; tale immagine precede la citazione conclusiva del libro affidata a Lars Von Trier da The Kingdom nella quale il regista si e ci chiede: “Che farne ora di tutti questi personaggi?”.
Perché i serial tv da almeno un decennio hanno un successo globale così enorme? Dopo il boom dei telefilm, degli anni 80 (Magnum P.I., A-team, Hazzard, ecc.), ci fu nei 90 una crisi che vide il sopravvento delle sit-com. Cos’è cambiato da allora e cos’hanno di diverso i serial tv di oggi rispetto ai telefilm tradizionali?
C.A.: Lascio ai lettori di To be continued lo svelamento del mistero nominalistico che sottende alle differenze esistenti tra i cosiddetti telefilm, le serie, le serie-serializzate, i serial, le sit-com, le telenovelas etc. Mentre possiamo dire con certezza che il cambiamento epistemologico radicale nell’universo seriale è di tipo semiotico e mediatico, cioè va ricercato in seno alle modalità di fruizione del pubblico dovute ai media attraverso i quali i serial televisivi sono trasmessi e consumati.
Le pratiche connesse al web 2.0, in particolare il fenomeno del file sharing e quello dello user generated content (il fatto cioè che ciascun utente della rete possa immettere contenuti originali e/o condividerne di già esistenti, divenendo così di fatto più uno spetta/autore che non un semplice e passivo individuo del pubblico degli anni ’80 o ’90 che si prendeva la serata o il pomeriggio libero pur di non perdere l’unica replica italiana di Dallas o la puntata finale de La Piovra) ha permesso una proliferazione di testi che circolano parallelamente al semplice episodio di un serial e godono di vita propria.
Pensiamo alla passione per le sigle, i promo, i fan-fiction, i filk, il montaggio da parte dei fan dei best-moment-of e innumerevoli altri testi audiovisivi che fanno sì che la vita di un serial sia ben più lunga dei 35 minuti della singola puntata – la quale oltretutto è spesso consumata in dose doppia se non tripla, ruminata più volte, postata in giro per il web nella sua scena cult e deturpata per farla diventare altro. Tutte queste operazioni, frammentate e spesso discontinue, hanno luogo in momenti diversi della giornata e mentre si praticano altre attività: è sufficiente avere aperta una finestra sul desktop per scendere nella cantina di American Horror Story o sedersi sul divano di Friends e riascoltare una vecchia battuta di Chandler!
Non ultimo, molti serial, dal punto di vista degli investimenti nella produzione e per creatività e profondità narrativa sono i prodotti più interessanti nel panorama contemporaneo, superando non solo la televisione tradizionale ma, sovente, prendendo il posto di film e romanzi – i quali a loro volta tendono sempre più a serializzarsi.
Messe a confronto coi serial americani, le fiction italiane fanno una pessima figura. Eppure continuano ad avere successo e spesso di serie di grande qualità come Six Feet Under, In Treatment, ecc. finiscono in seconda o terza serata o escono solo sui canali satellitari e il loro culto è sotterraneo, composto da una comunità tutto sommato ristretta di aficionados per lo più giovani e avvezzi alle nuove tecnologie, che magari seguono le puntate in streaming sul notebook. Il gusto dell’italiano medio è ancora impreparato per storie così forti e poco consolatorie?
A.D.: In realtà il successo di una serie come Boris ci mostra che il problema non risiede in una presunta immaturità del gusto del pubblico italiano, quanto piuttosto nei meccanismi che presiedono ai finanziamenti, spesso orientati verso prodotti di scarsa qualità. E proprio questa serie lo mette bene in luce attraverso personaggi come il delegato di rete Diego Lopez o il direttore di produzione Sergio Potrin.
Certamente i destini della serialità televisiva contemporanea sono legati a doppio filo alle pratiche di condivisione in rete che ne determinano il successo al di fuori dei circuiti di distribuzione tradizionali e che permettono una maggiore autonomia di scelta da parte del pubblico, ma questo vale anche per tutti gli altri prodotti culturali tecnologicamente riproducibili e scambiabili.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che dietro la circolazione in rete c’è anche il lavoro instancabile di nutrite comunità di fan e appassionati che traducono le serie velocemente e in orari improbabili per pubblicare i sottotitoli e permettere la visione a un pubblico molto più ampio di quello strettamente televisivo. È anche grazie al loro lavoro che è possibile il fenomeno della coda lunga, per il quale alcuni prodotti riscuotono un importante successo di pubblico ma diluito in un tempo lungo. Di fronte a comunità così numerose che operano attraverso queste modalità viene da chiedersi se abbia ancora senso parlare di uno “spettatore italiano medio”.
Quali sono i vostri prossimi progetti?
C.A.: Attualmente sto curando la redazione di un volume che uscirà per Bevivino intorno al fenomeno della pornocultura al tempo del web 2.0: Pornoscapes: la carne online (Bevivino) e parallelamente procede il mio percorso di ricerca e scrittura sugli ossimori sociosemiotici, il prossimo lavoro, Afrodark, verterà infatti sui sensi del nero nella cultura black e in quella gotica.
A.D.: Al momento continuo a lavorare sulle questioni di genere, in particolar modo sulle rappresentazioni dei confini delle corporeità e sulle teorie postcoloniali.
Claudia Attimonelli, docente di Cinema, fotografia e televisione e Cinema, spettacolo e comunicazione all’Università di Bari. Dagli anni Novanta ha scelto Berlino come meta di studio per la ricerca. I suoi campi di indagine sono la sociosemiotica della musica, visual culture, media studies e fashion theories. Collabora come curatrice e autrice di videoarte con gallerie e teatri. Tra le sue pubblicazioni recenti: Underground zone. Dandy, punk, beautiful people (CaratteriMobili, 2011), Sigla Bondage, come ti lego e ti sospendo al video (in Eroi del quotidiano, Bevivino 2010) e Techno: ritmi afrofuturisti (Meltemi 2008).
Angela D’Ottavio insegna Sociolinguistica all’Università di Bari. I suoi interessi di ricerca riguardano la sociosemiotica del genere, il rapporto tra nuove tecnologie e corporeità, gli studi postocoloniali e le teorie sulla traduzione. Ha tradotto Critica della ragione postcoloniale di G.C. Spivak (Meltemi, 2004). Tra le pubblicazioni recenti: Balotelli e il mito della nazionale di Calcio (in Mitologie dello sport, Edizioni Nuova Cultura, 2010), Ai margini del postumano: discorsi, corpi e generi (in Humanism, Posthumanism and Neohumanism, 2008).
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17 febbraio 2012 alle 16:28 |
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