:: Recensione di Boy di Takeshi Kitano, (Castelvecchi, Le Torpedini, 2010)

3983819Ci sono artisti che come i geni rinascimentali non si specializzano in un solo campo ma amano spaziare, cimentarsi con confronti sempre nuovi per mettere alla prova il proprio talento multiforme. Il giapponese Takeschi Kitano, meglio conosciuto dai suoi fan sparsi in tutto il mondo come Beat Takeschi, rientra in questa categoria. Ha provato di tutto nella vita, in Italia probabilmente è più conosciuto come regista di capolavori come Sonatine, Hana bi, L’estate di Kikujiro, Dolls, Zatoichi, ma è stato anche comico di cabaret, ballerino, attore, musicista, pittore, sceneggiatore, designer di videogiochi, critico cinematografico, presentatore televisivo, e infine anche poeta e scrittore. Forse non tutti sanno che in quest’ultime vesti ha scritto oltre ben 50 libri di poesia, saggi, articoli, e numerosi romanzi dei quali non riesco a spiegarmi il perché solo due giunti in Italia Asakusa Kid e Nascita di un guru, entrambi editi per Mondadori. Ora la Castelvecchi Editore di Roma, con una scelta che non solo i fan di Kitano apprezzeranno, propone al pubblico italiano Boy, originariamente pubblicato in Giappone nel 1987 con il titolo Shonen da Schinchosha. Boy è un libro sottilissimo, non molto di più di 100 pagine, che raccoglie tre racconti brevi: “Il campione dal kimono imbottito”, “Il nido di stelle” e “Okamesan”. La sensibilità lirica dell’autore che traspare come in controluce anche nelle sue opere cinematografiche più violente è presente in Boy in tutta la sua struggente melanconia. Il mondo dell’infanzia con tutte le sue sfumature è tratteggiato con delicatezza, tenerezza, quasi una sorta di pudore e reverenza che evidenzia ancora di più il contrasto con il mondo degli adulti privi di quella spontaneità e innocenza che invece i bambini ancora hanno. La prosa limpida e luminosa di Kitano, a tratti semplice a tratti impreziosita da pennellate di poesia, ci trasmette intatto lo stupore ancora incorrotto e incontaminato con cui i più piccoli guardano il mondo, la pura gioia che li fa sorridere per le piccole cose, come una giornata trascorsa all’aria aperta per un evento sportivo scolastico, o una spedizione per rubare qualche pacchetto di figurine di baseball, o guardare le stelle attraverso un telescopio. Nostalgia e rimpianto si fondono e specialmente nel terzo racconto, a mio avviso il più toccante, raccontando il passaggio dall’adolescenza all’età adulta con una tale delicatezza e autenticità da richiamare esperienze davvero vissute dall’autore. Il viaggio di Ichiro a Kyoto per visitare templi, infatti, nato come una fuga da casa in un moto di ribellione verso il padre troppo oppressivo che ostenta una moralità tutta soldi e potere, oltre ad essere un’affermazione di autonomia e indipendenza diventa l’occasione per crescere davvero e affacciarsi all’età adulta con curiosità ed eccitazione. L’incontro con Jun, una coetanea che ha già oltrepassato l’invisibile confine che separa l’infanzia dal mondo degli adulti, avrà per Ichiro il sapore del primo amore, della prima sigaretta, del primo giro in moto, del primo autostop. E mentre scarta il pacchetto di dolci alla cannella che Jun gli ha dato per addolcire la separazione nella speranza che un giorno si sarebbero incontrati di nuovo, Ichiro guarda le dita tozze e coriacee con cui il camionista, che gli sta dando un passaggio per tornare a casa a Tokyo, afferra tre dolcetti e se li porta tutti assieme con avidità alla bocca  e pensa con un velo di amarezza che infondo  diventare adulti significa solo diventare persone come lui.

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