:: Intervista con Elisabetta Bucciarelli

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bucciaBenvenuta Elisabetta su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano, oltre che scrittrice sei anche giornalista, ti sei diplomata in Drammaturgia presso il Laboratorio di Scrittura Drammaturgica del Piccolo Teatro di Milano, lavori per Booksweb.tv. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Grazie a te Giulia per la tua attenzione. Amo il teatro e il cinema, vengo da lì. 

Un ricordo di Elisabetta bambina. Eri un maschiaccio o una bimba timida e introversa?

Ero estroversa e molto socievole. Poi la vita mi ha modificata. Tra i ricordi? Mia nonna paterna. E' stata lei a insegnarmi a raccontare storie.

La scrittura non è solo un mestiere ma è una vera e propria passione, per alcuni addirittura un male necessario. Come è nato in te l’ amore per la scrittura e soprattutto per  il noir genere che sembra particolarmente adatto alle tue corde?

L’esistenza del male mi angoscia. Il noir  mi permette di guardarlo da vicino, “per finta”. La scrittura c’è sempre stata, non ricordo un inizio.

Hai pubblicato fino ad oggi numerosi  romanzi: Happy hour, Dalla parte del torto, Femmina de luxe, Io ti perdono e il bellissimo Ti voglio credere. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.

Il primo è acerbo e nervoso, con una rabbia ingenua. Dalla parte del torto è barocco nel linguaggio e racconta più storie (forse troppe) che hanno un peso specifico molto alto (un paio si sono avverate negli anni successivi, mi fa paura a volte). Femmina de luxe è un libro a cui sono molto legata, crudele  e sincero. Io ti perdono è un concentrato emotivo, ho lavorato sulla scrittura per renderla tagliente e fastidiosa, così come la storia, difficile  ma  intensa. Ti voglio credere sta iniziando a vivere adesso, l’onda lunga di Io ti perdono continua e non gli sta lasciando lo spazio che si merita  (sorride) . Non so ancora cosa ho scritto davvero. Le mie intenzioni erano di lavorare sulla differenza tra verità e giustizia. Ma i pareri che mi arrivano dicono anche altro.  

Io ti perdono si è aggiudicato la Menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco 2009. Il tema del perdono è un tema molto forte che ha radici profonde. Pensiamo solo alle vittime del terrorismo, ai genitori che vedono il proprio figlio falcidiato da un pirata della strada. Il perdono è davvero lo strumento migliore per essere veramente liberi? Perché è così difficile perdonare?

Per il mio personaggio, Maria Dolores Vergani, perdonare è persino impossibile. Però lei, che è una donna normale, non vendicativa, senza rabbie represse sconosciute, ma normalmente al centro di torti inflitti e subiti, decide di non scartare mai nessuna possibilità di cambiamento. La sua vita puo’ e deve migliorare. Quindi vuole capire cosa significhi il perdono per chi lo “pratica” quotidianamente. Un prete pedofilo con una comunità omertosa intorno. Un crimine senza scampo contro la purezza e il candore. L’ipocrisia del quotidiano, che alimenta tanti rapporti di coppia.  

Dolores Vergani è un personaggio complesso e sfaccettato una donna dall’apparenza molto forte ma con un cuore fragile e sensibile. Ti riconosci in lei o è solo frutto della tua fantasia?
S
ono esattamente il contrario. All’apparenza fragile e insicura, ma in realtà molto forte e determinata.(Anche la Vergani si sta rafforzando, però J) In un paio di cose invece siamo simili: detestiamo la guerra e la violenza, gratuita o fintamente motivata. Non è per carità cristiana ma per profondo senso civico. E non ci piacciono gli opportunismi. Le cose si fanno perché si ha il piacere di farle, non per avere qualcosa in cambio.

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Ho la sfortuna di avere un olfatto molto sviluppato. Le cose brutte sono legate a questo senso. Le belle, invece, alla vista.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Ti dirò che all’inizio non mi ha aiutato proprio nessuno. Non sono abituata a chiedere. E’ stata dura ma le soddisfazioni, dicono, siano maggiori. Dal secondo libro in poi ho cominciato a incontrare persone che hanno apprezzato il mio lavoro e di conseguenza hanno creato consenso e opportunità nuove. L’elenco è lunghissimo, ho provato a farlo ma avrei riempito una cartella solo di nomi e cognomi. Posso dire, però, che per la maggior parte sono donne e di questo sono molto felice. Adesso che ci penso un nome lo faccio, la mia insegnante di Italiano del Liceo Donatelli. Si chiamava Miranda Carrea, sto cercando di rintracciarla in tutti i modi ma non ci riesco… chissà mai che qualcuno dei tuoi lettori la consca…

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti senti legata ai luoghi. Quale ti fa sentire di più a casa?

Ogni luogo che racconto ha con me un rapporto speciale. Non ho sempre vissuto a Milano, ma è la mia città e non la scambierei con un’altra. Ma anche la Valle d’Aosta, Cefalù, Roma, Torino e Ancona hanno un posto privilegiato nella mia vita.

Hai vinto numerosi premi letterari l’ultimo in ordine di tempo il premio prestigioso premio Fedeli quest’anno. Che esperienza è stata? Ti emozioni sempre come se fosse la prima volta?

I premi sono un’occasione promozionale. Se vinci o arrivi in finale è bello. Non mi piace quando lo scrittore deve fare spettacolo sul palco. Quel tipo di emozione non mi rende felice. Assistere alle votazioni in diretta, per esempio. Abolirei questo meccanismo a vantaggio di premiazioni che riconoscano le differenze dei libri e dei gusti del pubblico. Per esempio oltre a un primo classificato, assegnerei agli altri finalisti un alloro per la trama, uno per stile, uno per i personaggi… così sarebbero tutti ugualmente presenti per lo show e finalmente si parlerebbe dei libri e dei loro contenuti, più che delle performance di chi li ha scritti. E servirebbe anche allo scrittore, per valutare i punti di forza e di debolezza del suo lavoro.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Lavoro tanto, con istinto e costanza. Ma solo dopo aver lasciato a lungo nel pensiero l’idea, magari dei mesi (anche degli anni).

So che sei una lettrice instancabile. Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

In questo momento ho appena finito di leggere Tutti gli uomini sono bugiardi, di Alberto Manguel (Feltrinelli). Le mie autrici culto sono Simone de Beauvoir e Clarice Lispector. Leggo molta poesia, cartacea e in rete. E saggi filosofici che qualche amico fissato mi consiglia a seconda del periodo emotivo che sto attraversando.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Il coraggio degli esordienti (quelli veri, non quelli autopubblicati o a pagamento…) mi colpisce sempre tanto. Sono carne da macello in questo momento, quindi sto dalla loro parte a prescindere da quello che scrivono.

Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Siccome sono molto romantica, tengo Psiche lontana da Amore e mi sembra una buona strategia.

So che il  teatro è un tuo grande amore. Hai collaborato alla stesura di diversi testi teatrali e cinematografici. In cosa scrivere per il teatro differisce dallo scrivere un romanzo?

Il teatro ha la forza del gesto che sostituisce le parole e l’emozione fortissima del rapporto diretto con il pubblico. Il libro è un tango a due, pieno di silenzi.

Hai pubblicato oltre ai romanzi anche due saggi Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico e Le professioni della scrittura. Come trasformare una passione in un lavoro di successo. Come ti sei documentata per la stesura di questi libri?

Li ho scritti dopo aver lavorato per dieci anni con un gruppo di malati di mente cronici e di portatori di handicap psicofici. La scrittura, per molti di loro, era l’unico canale espressivo. Ho iniziato a condurre corsi di scrittura prima ancora di pubblicare. Corsi strani,  avventurosi. Tipo: “Sai come iniziano ma non come finiscono”. Nel primo libro c’è parte di questa esperienza. Nel secondo invece c’è la mia attesa di pubblicazione. Mentre aspettavo l’uscita di Happy Hour ho provato a chiedermi cosa avrei potuto fare con la scrittura se l’editoria non mi avesse accolto. Per questo il libro è dedicato a tutti coloro che sanno scrivere ma non raccontare.

Progetti per il futuro?

Sto cercando di vivere il presente. Che è intenso, estetico e molto stimolante.

Grazie Giulia per la tua intervista e grazie a i lettori del tuo blog.

Grazie a te Elisabetta è stato un piacere.

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