Recensione di Giulia Guida: Corpi estranei di Paola Ronco

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cop_paola-ronco"Casi difficili, residui complicati di infauste ideologie". [Rileggendo "Corpi Estranei", P. Ronco]
Una gamba zoppa, cattiva, malata, trascinata sulla pagina bianca come l'unico ricordo di un dolore che non ha memoria. Una gamba che scatta nervosa, un grumo nodoso di speranze infrante, di vite interrotte, di spari che risucchiano l'aria. Una gamba che si inghiotte le urla di una giornata andata di traverso, come mai sarebbe dovuta andare- e ogni muscolo strappato si fa lastra di vetro, ogni tendine tagliato cade in un mucchio  di cocci che scorrono veloci, tasselli a incastro di vite al rallentatore, sotto una pioggia insonorizzata che non riesce a lavar via le macchie calde di sangue dalla strada.
Tutto quel sangue, due anni prima.
Una sequenza di piccole crepe che si aprono nella gamba dell'agente Cabras, spine pungenti che lo aiutano a non dimenticare mai del tutto.
Che dell'uomo che era è  rimasto ben poco.
Violento Cabras, puttaniere Cabras, un odio armato, il suo. Quello di un tempo.
E poi la manifestazione, due anni prima.
Una pistola nella sua mano, una traiettoria forzata, precisa, senza errori.
Un ragazzo che cade come un pupazzo di pezza ai suoi pedi, ancora un sorriso rosso di rabbia a solleticargli le labbra, beffardo.
Gli occhi di una ragazza davanti a lui, fissi sul suo corpo in caduta libera, invecchiati d'improvviso d'un vuoto bianco, che non si riscrive.
E tutta quella gentilezza- quell'affannata gentilezza dei suoi colleghi d'ufficio- gli scolpisce dentro piccole gocce di veleno che restano lì, sospese per tempi peggiori.
Sono sempre tutti così  gentili con Cabras.
Olcese, che ogni mattina nel suo ufficio gli fa la telecronaca di tutte le ultime notizie, come se lui fosse ormai fuori dal giro e non potesse più neanche prender in mano un giornale senza sentirsi male. Senza iniziare a ricordare quello che il suo respiro strangolato gli sibila ogni notte. Le sente, le pareti d'ovatta che gli si sono arrampicate addosso, dopo due anni di giorni artificiali, senza fughe in volata, in un coma forzato di sensazioni sedimentate in endovena. E Mongardi con le sue premure agitate, da amico di sempre, che non vuole accorgersi della tempesta elettrica che gli attraversa gli occhi, a quel povero diavolo di Cabras, vuole solo che rimandi, che non prenda coscienza di quel che è accaduto a cambiare per sempre le carte in tavola, a portarlo controvento.
Solo solo brutte storie e sono tutte puttanate, maurìn. Non c'è  niente di vero. Tutti ci saremmo comportati così, se fossimo stati al tuo posto. E dai che non ti fa bene legger quelle cosacce su di te, dopo tutti gli sforzi che hai fatto per metterti un pò a posto. Certo a capitare proprio a uno come te, che cose ingiuste nella vita.
Lo fanno per il suo bene, per non farlo sentire a disagio, in imbarazzo, ai margini. Come se giorno dopo giorno non ci si buttasse lui sempre più a bordo pagina.
Cabras è il corpo estraneo, è l'uomo mangiato dalla furia di pochi attimi, e dopo non rimane che il vuoto. Un vuoto immenso, cercato, non richiesto, invocato più  della morte e della vita.
Diventa l'assenza che non si riempie con niente, il buco di memoria che non si richiude, la perdita che cerca solo altre mancanze simmetriche, la luce spenta che non vuole penombre, il desiderio di disintegrare ogni confine del proprio corpo e trovare il modo di scomparire completamente.
Ma Paola Ronco parte da qua, da questa solitudine atrofizzata, per raccontare gli spazi pieni di altri vuoti, quelli che nessuno vede, le parole scure nel silenzio di piombo.
Silvia, un'addetta stampa precaria, voce che trema e occhi insicuri, un paio di gambe che sentono di star sempre nel posto sbagliato ovunque si trovino.
Silvia che si sente addosso tutte le pressioni del mondo. Silvia che deve consegnare tutti i lavori in tempi record, non mancare agli appuntamenti, essere una ragazza ideale, rispondere a tutte le chiamate.
Non assentarsi mai. Nessuna distrazione, nessun lapsus, nessuna dimenticanza.
Silvia che si sente tirata da una parte all'altra, senza una direzione sua. Silvia che si chiede se tutte le sue scelte fino a quel momento non le abbia fatte qualcun altro al posto suo. Silvia che non si sente più e non si riconosce. Silvia che si distacca per qualche istante dal mondo intorno a sè e tutti sono pronti a puntarle il dito contro. Perchè lei non ama abbastanza o lo fa distrattamente, non dimostra i sentimenti quanto dovrebbe, non è presente quanto potrebbe. Silvia che si infila tra le labbra tutta l'insoddisfazione del mondo e si muove pesante, tra le cose, eppure è inconsistente, invisibile, respira in automatico. E intanto mastica righe piene di incisi non detti, di parentesi al margine che nessuno riesce a leggere mai, di commenti a piè di pagina che tutti saltano senza interesse. Perchè Silvia è lì, quella che vedono, non ci può star niente di più sotto.
E Alessia, studentessa universitaria che arranca tra un esame e l'altro, tra corsi da frequentare e professori così stronzi che ti domandi perchè mai in una società  del cazzo, con la vita sotto contratto a progetto, ci hai anche pagato le tasse per svariati anni all'università, che a leggerti da sola quel manuale in sanscrito del quindicesimo secolo avanti cristo avresti fatto prima.
Alessia che è un'ex attivista politica, una ragazzina con le palle che un tempo correva forte, una grinta insofferente che le montava negli occhi lucidi, le innervosiva le mani, le pizzicava le gambe.
Alessia che adesso vive fuori tempo massimo e a volte si sente persa nella notte, spezzata da un dolore a cui non riesce a dare un nome.
Alessia che è innamorata di Silvestro a modo suo, di un amore rapace da terapia, che le faccia da tranquillante per gli incubi e le macchie nere di un passato che non perde colore.
I vuoti di queste due donne che valicano il limite, destinati a scontrarsi inesorabilmente nel circuito chiuso di disperazione di Cabras. Mentre in primo piano una Torino splendida vive e respira sotto i piedi dei suoi personaggi e il misterioso caso della banda dei giustizieri continua a seminare l'aria di un panico sospetto.
Con questo suo primo romanzo, in cui si fa cantastorie del non detto, Paola Ronco ha dato un'enorme prova di talento, lasciando che ogni personaggio riscriva sotto le righe la sua versione ufficiale dei fatti, riempia le pagine di tutti i suoi desideri andati a perdere, scarabocchi il foglio bianco delle pause giuste, quelle dei suoi vuoti d'aria- e lo ha fatto tirando fuori il nero da quel perverso gioco a incastro di vite portate all’estremo, che rimane sul fondo e che non si può dire. Perchè nessuno, quasi mai, lo capirebbe. 


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