Ciao Veronica è un piacere intervistarti per Liberidiscrivere. Parlaci un po’ di te dei tuoi studi del tuo lavoro del tuo tempo libero. Racconta ai nostri lettori italiani chi è Veronica.
Per me è un grande piacere rispondere a questa intervista per Liberidiscrivere. Mi piace tantissimo l’Italia, dove ho sviluppato parte delle mie ricerche di dottorato (in 2003) e la mia ricerca di post-dottorato (in 2009). Oltre ad essere scrittrice, sono anche professoressa universitaria e critica d’arte. Vengo dal sud del Brasile, dalla capitale del Rio Grande do Sul (una provincia vicina al Uruguay e all’Argentina), che si chiama Porto Alegre. Ma vivo e lavoro a San Paolo dal 2001. Insegno storia dell’arte, più precisamente il modernismo brasiliano, presso alla Fundação Armando Álvares Penteado (FAAP), a San Paolo. Ho appena finito un’altra ricerca post-dottorale, presso il Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo, sul concetto di esperienza nell’opera di un artista brasiliano troppo interessante e poco conosciuto fuori dal Brasile, Flávio de Carvalho.
Innanzitutto giornalista, raccontaci della tua esperienza, per quali giornali e riviste hai lavorato cosa ti ha insegnato la sala stampa.
Ho lavorato per tre anni come giornalista, in tre media: radio, TV e giornale. Tutti i tre della stessa azienda giornalistica, la RBS (Rede Brasil-Sul de Comunicações): Rádio Gaúcha, RBS TV e Zero Hora (giornale). Nella radio e nella TV, ho fatto di tutti un po’. Nel giornale, invece, ho lavorato presso la sezione culturale, scrivendo su arte, musica, letteratura ecc. Ma ho lasciato il giornalismo quando avevo 25 anni per dedicarmi esclusivamente alla ricerca universitaria. Volevo essere ricercatrice e professoressa.
Vivi a San Paolo, raccontaci qualcosa del tuo Brasile.
È difficile per me parlare del mio Brasile, perchè tutto qui cambia molto velocemente e ho sempre più il sentimento di che il mio Brasile, in verità, non esiste più. Quando ritorno a Porto Alegre, non riconosco più la città. Non è più quella città della mia infanzia, o sia, quella città della mia memoria, dei miei ricordi. Le aziende, i luoghi, le persone non sono le stesse. È tutto diverso. San Paolo è ancora peggio. Sei mesi fuori San Paolo è sufficiente per trovare la città tutta trasformata. Per questo, forse, mi piace tanto la mia Italia, che, al contrario, sembra sempre la stessa. Certo, la trasformazione, il cambiamento sono necessari, anzi imprescindibili per la vita; però, non si può, con questo, perdere il carattere di una città o di un paese, il genius loci.
Hai conseguito il dottorato di ricerca in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Vuoi parlarcene?
Io e Eduardo Sterzi, mio marito, siamo andati a San Paolo per sviluppare i nostri dottorati. Lui in Teoria e Storia Letteraria all’Università di Campinas, ed io in Teoria e Critica d’Arte all’Università di San Paolo. Ho sviluppato una ricerca sul rapporto fra arte, mito e rito nella modernità. Ho studiato più profondamente le opere di quattro artisti fondamentali dell’arte novecentesca: Piet Mondrian, Kazimir Malevic, Kurt Schwitters e Marcel Duchamp.
Quali sono i tuoi scrittori brasiliani preferiti? Ci sono degli esordienti che ti hanno particolarmente colpito?
Mi piacciono moltissimo Machado de Assis e Carlos Drummond de Andrade. Credo che sono i più grande scrittori brasiliani. Mi piacciono anche e mi hanno particolarmente colpito e influenziato Oswald de Andrade e Flávio de Carvalho, che io ho studiato (e continuo a studiare) nelle mie ricerche accademiche. Fra i narratori contemporanei, mi piacciono Bernardo Carvalho e Jerônimo Teixeira. Mi piace anche Marcelo Mirisola, così come João Paulo Cuenca. Nel 2008, ho letto uno dei più belli libri di quell’anno, che è stato scritto da due giovani autori, Emilio Fraia e Vanessa Bárbara, e si intitolava O verão do Chibo. Gli ultimi libri di scrittori brasiliani che mi hanno colpito sono stati Golpe de ar, di Fabrício Corsaletti, e Monodrama, di Carlito Azevedo, tutti i due pubblicati nell’anno scorso.
Raccontaci del tuo debutto nel mondo letterario. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?
In 2002, un amico mi ha invitato a pubblicare alcuni racconti nel site portoghese Ciberkiosk (www.ciberkiosk.pt), che non esiste più. I pochi racconti che io avevo scritto fino a quell’anno sono stati pubblicati da questo site. Agli editori di Ciberkiosk, che erano anche i proprietari della casa editrice Angelus Novus, da Coimbra, piacquero i miei racconti e loro mi hanno richiesto il libro da cui i testi facevano parte: loro volevano pubblicarlo. Il problema era che io non avevo finito il libro. Ma non volevo lasciare passare questa opportunità. Ho richiesto alcuni mesi per concludere il libro, sviluppare alcune idee già registrate e infine inviare l’originale. Così è nato O trágico e outras comédias (Il tragico ed altre commedie). E per questo il mio primo libro è stato pubblicato prima in Portogallo, nel 2003. Solo nell’anno successivo, nel 2004, O trágico e outras comédias è uscito in Brasile, per la casa editrice 7Letras, di Rio de Janeiro.
Sei una dei più promettenti giovani autori brasiliani. E’ per te una responsabilità? In quale modo pensi di portare avanti la voce del Brasile nel mondo?
Sì, penso di continuare pubblicando i miei racconti fuori dal Brasile. In 2010, uscirà un’antologia di scrittore brasiliani per la casa editrice Tranan della Svezia. E il mio racconto “Olivia Palito”, che fa parte del Gran Cabaret Demenzial, sarà in quest’antologia.
Nel 2007 hai pubblicato “Gran Cabaret Demenzial” per Cosac Naify. Vuoi parlarcene.
I miei due libri, O trágico e outras comédias e Gran Cabaret Demenzial, sono stati fatti lungo la realizzazione del mio dottorato. Il primo libro, O trágico e outras comédias, è stato scritto durante la prima fase di ricerca, la fase in cui mi h
o dedicato a studiare il funzionamento, per così dire, dei miti e dei riti. Forse per questo vedo nei racconti di questo libro echi delle letture di quello periodo. Mi pare che nella struttura delle narrative si può identificare un certo carattere mitico. Nei racconti di O trágico, la narrativa è spesso centrata in uno solo personaggio, che è rappresentato deliberatamente senza profondità psicologica. Questo personaggio realizza un’ azione o una serie di azioni che solo acquistano senso se l’azione o le azioni sono compresse entro una realtà determinata – la realtà intrinseca al personaggio –, che si configura come una realtà paralela alla nostra realtà. Le azioni dei personaggi corrispondono molte volte alla logica imprevista dei miti o sembrano rispondere alle regole di uno rituale che rimane sconosciuto ai lettori – e, alcune volte, anche per me. Il Gran Cabaret Demenzial è stato scritto lungo la seconda fase della mia ricerca di dottorato, la fase in cui sono stata a Roma per studiare – forse per questo il titolo del libro proviene da un annuncio di una festa che ho visto nella capitale italiana. In questa fase, ho studiato le opere di Mondrian, Malevic, Schwitters e Duchamp e ho approfondito le letture sull’avanguardia storica. Penso che nel Gran Cabaret ci sono vestigi di queste letture. La organizzazione stessa del libro nella forma di un “cabaret” fa ricordare l’organizazione dei spettacoli di avanguardia: in una stessa serata, un numero di danza succedeva un numero di musica che succedeva una recitazione di poema che succedeva la lettura di un manifesto ecc. Nel Gran Cabaret Demenzial, ci sono testi dei più diversi generi: racconti, poemi, un testo teatrale, un annuncio pubblicitario, una notizia giornalistica, una conferenza ecc. Ma, per me, tutti i testi rispondo allo stesso principio narrativo, che è quello del racconto.
Scrivi anche racconti tra cui due pubblicati in Italia "Durante" (in Lusofonica, La Nuova Frontiera, 2006) e "Teleferica" (in Il Brasile per le strade, Azimut, 2009). Ami scrivere racconti?
Si. Mi piace moltissimo scrivere racconti. Sono amante delle storie brevi. Mi piace tantissimo lavorare con qualcosa di strano, qualcosa che causa un certa stranezza. E, per mantenere la stranezza, bisogna essere brevi, perchè se l’incontro con lo strano si estende può accadere di abbituarci allo strano e finire per considerlo famigliare. La brevità del racconto concentra e intensifica la stranezza, perché non permite che il lettore abbia il tempo per trovare lo strano qualcosa di famigliare.
Che libro stai leggendo attualmente?
Sto leggendo Los detectives salvajes, di Roberto Bolaño. È un libro veramente impressionante.
Sei sposata con il poeta, saggista e critico Eduardo Sterzi raccontaci qualche episodio divertente che lo riguarda.
Eduardo è il più grande specialista brasiliano di Dante Alighieri. Lui ha studiato la Vita Nova nella sua tesi di dottorato, proponendo una rilettura di questo testo dantesco come origine intempestiva di quello che chiamiamo lirica moderna. No so se questo è divertente, ma è curioso, no?
Sei impegnata nella stesura di un nuovo libro? Vuoi parlarcene e anticiparci qualcosa?
In maggio, uscirà il mio terzo libro di racconti, Os anões (I nani), anche pubblicato da Cosac Naify. Sto lavorando in due altri libri. Uno dei due sarà anche di racconti e si chiamarà Sul (Sud). Saranno tre testi con formati diversi: uno racconto propriamente detto (che già è pronto e si intitola 2035), un testo teatrale (che si chiamerà Mancha [Macchia]) e forse un poema lungo. L’altro sarà una novela e avrà un titolo in polacco: Opisanie świata, che vuol dire “descrizione del mondo” e ch’è come si chiama Il Milione di Marco Polo in polacco. Il libro sarà come una descrizione del viaggio del protagonista Opalka, un polacco cinquentenne, che va dalla Polonia all’Amazonia, in Brasile, per conoscere il suo figlio chi è gravemente malato in un ospedale a Manaus.
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