::Intervista a Sergio Maffucci di Michele Ciardelli

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Caro Sergio, raccontami com’è nata la tua passione per la scrittura?

Non può definirsi una vera e propria passione, perché  manca il connotato essenziale di essa e cioè: il sacro fuoco che ti divora all’interno e ti spinge a perseguirla sempre e comunque. La chiamerei più un’inclinazione naturale a scrivere che non ho assecondato in modo più organico, distratto, com’ero e sono, in tante altre “passioni” che mi rendono, talvolta, dispersivo ed inconcludente. Certo è, che lasciato il mondo del lavoro è venuta meno la causa d’impedimento più grande, e così quella flebile fiammella che ha sempre albergato nel profondo del mio animo, si è ravvivata ed ha cominciato a brillare con più decisione, accompagnandosi ad una discreta dose di creatività che mi ha consentito di scrivere racconti di varia lunghezza e diversa natura e, contemporaneamente, il libro.

 Hai scritto molti racconti, com’è nata l’esigenza di scrivere un romanzo?

I racconti sono oltre 60, di lunghezza dalle 2 alle 20 cartelle. A questi devono aggiungersi una diecina che fanno parte di un progetto autobiografico dal titolo “Frammenti di una vita qualunque” che non so se vedrà mai la luce, fermo com’è da quattro anni. Vi sono, infine, altri dieci episodi della saga dei filosofi napoletani: personaggi da me inventati anni fa, in seguito ad un’intuizione mattutina, durante uno dei miei numerosi dormiveglia creativi. Essi rappresentano due napoletani (io sono di origini napoletane da parte di entrambi i genitori) che hanno cognomi altisonanti, Gennaro Platone e Ciro Aristotele, retaggio degli antenati cui il popolo napoletano affibbiò questi soprannomi, poi consolidatisi in cognomi, per la loro propensione a ragionare e discutere di tutto e su tutto, con i risultati comici che presumibilmente provocavano, come succede ancora ai loro discendenti. Forse questa raccolta di racconti sarà  il prossimo tentativo di stampa, visto il consenso che questi “filosofi” hanno trovato nei numerosi lettori che hanno avuto la compiacenza di leggere le loro disquisizioni. Per il “romanzo”, l’occasione, più che l’esigenza, è stata determinata da un episodio accessorio al racconto originale, divenuto poi il primo capitolo.

A questo punto parlami del tuo romanzo, “Accadde un giorno”.

 

Appunto! Tutto è avvenuto così: la bozza del racconto, con questo titolo, fu da me consegnato a mia moglie Patrizia, era quasi definitiva, solo alcuni particolari erano da perfezionare, tra cui i nomi dei protagonisti. Quando Patrizia rientrò a casa la sera dall’ufficio (lei ancora lavora tuttora), rispose alle mie domande piuttosto ansiose, si trattava del primo racconto ponderoso, diciannove cartelle, rispose con frasi pronunciate a mezza bocca e senza guardarmi in volto. Preoccupato per quest’atteggiamento, dietro il quale temevo ci fossero delle contestazioni sulla forma, sulla costruzione delle frasi e su eventuali incongruenze, lei affermò che non era questo il problema, ma che, nonostante fosse stata avvertita che la storia, originata da un sogno, fosse del tutto immaginaria, la considerava un espediente per confessare a posteriori un mio tradimento pregresso! Io rimasi stupefatto e lusingato, perché  non dando peso a quella che considerai una battuta, mi compiacqui di essere stato così convincente e realistico! Invece lei insistette e capii che, allora, lo pensava sul serio e non mi parlò  per oltre quindici giorni e non voleva che nessuno dei nostri amici leggesse il racconto! Questo suo comportamento mi stimolò, per reazione a continuare la storia fino a trasformarla in un “romanzo”!

Il libro è una metafora della tua vita: da lavoratore a pensionato. In sostanza dici che la vita migliora. Adesso sei sempre dello stesso avviso?

Questo libro narra di una storia d’amore. Una storia che coinvolge un uomo di cinquantasette anni e una donna prossima ai quaranta. Sposato ed appena andato in pensione lui, divorziata lei. L’incontro avviene durante una sua gita in moto, nel suo agriturismo “Oasi”, vicino a Montalcino. Un incontro occasionale ed imprevedibile che in poche ore si trasforma in un’attrazione fisica e mentale travolgente. Vivranno quattro giorni intensi a Siena e dintorni, scoprendo sempre più  la quantità di affinità intellettuali, artistiche, di pensiero e fisiche in comune. Una vera e propria esplosione di sentimenti e di passione che li coinvolge in maniera assoluta. Lui, ciononostante, fa prevalere la sua parte razionale, enunciando i seri motivi, ad iniziare dalla differenza d’età, che devono indurli a considerare quei giorni solo una parentesi splendida, che dovrà essere chiusa. E così  sarà… Dopo due mesi, quel fuoco che si era tentato d’imbrigliare, si ravviva… per non più spegnersi. Da questo momento il legame riprende e si alimenta ancor di più, finché  lui, non abbandonerà gradualmente tutte le riserve e le remore che gli avevano consigliato di troncare questo sentimento. In un crescendo, anche veloce, dopo aver a lungo meditato e rimeditato da solo e con lei (che non esercita alcuna pressione in proposito, lasciando che sia lui, solo lui, a decidere), il protagonista stabilisce di fare il grande passo: separarsi ed andare a vivere con lei. Una serie di avvenimenti collaterali ruota intorno a questi mesi di ansia e di affanno, che, a modo loro, serviranno a delineare il futuro dei protagonisti: le nuove amicizie, l’immergersi nella realtà sociale e culturale di Siena, Palio dell’Assunta compreso, con l’apparentamento per simpatia alla contrada della Lupa, l’impegno nell’affiancare la gestione dell’agriturismo Oasi ed altri eventi ancora.Tutto prosegue nel migliore dei modi nell’attesa del divorzio. Alcuni episodi, fanno da corollario a questo periodo, come il viaggio in Venezuela a trovare il figlio di lui ed a visitare quel magnifico paese già conosciuto qualche anno prima con la moglie. Seguirà  il matrimonio… e continua la storia… L’epilogo che chiude questa storia, credo contenga, a mio avviso e senza presunzione, una certa originalità. Più  che una metafora è, quindi, la proiezione di un sogno, di un’intima aspirazione: la realizzazione di un rapporto completo, appagante e talmente solido da sfidare qualsiasi ostacolo. Una fuga dalla realtà attraverso la scrittura, cui tutto è consentito, grazie alla sua capacità creativa che può riuscire a dare corpo e vita a qualunque cosa un autore abbia in animo di esprimere e di condividere con il lettore. La vita può sempre migliorare: basta volerlo e profittare della giusta occasione… non c’è un limite d’età per questo!
 

So che leggi molto. Le tue letture influenzano i tuoi scritti, oppure no?

Sì, leggo abbastanza e di tutto, dai due quotidiani giornalieri, ai libri di autori attuali e alle opere di autori del passato. Ho ampliato la biblioteca anche con l’opera completa della letteratura italiana del Ricciardi edita da Treccani e se vivrò 120 anni, come dicono alcuni medici, forse riuscirò a leggerne buona parte (sono solo 45 volumi!). Non disdegno Topolino (la mia prima lettura a meno di cinque anni, di cui posseggo oltre 2.500 numeri, il più  vecchio è del 1956, i precedenti, per prestarli agli amici non sono mai tornati indietro) e Tex. Le letture influenzano gli scritti certamente, anche perché io prendo spesso nota delle parole che scopro e mi soffermo sul costrutto delle frasi. La lettura è certamente propedeutica allo scrivere, anche se ritengo più importante ciò che si scriva, perché se le parole si modulano nel giusto verso e riescono a produrre emozioni che scuotono il lettore ed è questo ciò che conta. Come il musicista che conosce bene le sette note e la tecnica della musica e riesce a comporre delle melodie che emozionano di più di altri che hanno analoghe conoscenze musicali.

Quali libri ti sono rimasti nel cuore?

Nel cuore… non saprei dire, perché la mia memoria è sempre stata fallace, in ogni caso quelli che mi sono piaciuti e sono stati tanti, mentre è più facile che mi ricordi di quelli che non sono riuscito a finire, non tanti, ma ce ne sono stati: ognuno di noi ha le sue preferenze ed i suoi limiti. Sono ancora molti, troppi quelli che dovrei leggere!

Oltre al romanzo “Accadde un giorno”, hai pubblicato altro?

No! 

Come sei arrivato a pubblicarlo. Hai faticato molto prima di trovare la casa editrice che credesse in te?

Questa è una bella e subdola domanda! Quando uno sconosciuto come me e come gli altri nelle mie stesse condizioni, è lusingato da una proposta che comporta un congruo contributo per le spese di stampa, è difficile affermare che “credano” nelle tue capacità. Nel mio caso mi sono recato presso la sede dell’editore a Viterbo, non molto lontano da me, che vivo a Tivoli, per parlare di persona della proposta contrattuale ed ingenuamente gli ho chiesto quale fosse il discrimine tra l’attività editoriale e quella più propriamente commerciale che anche una casa editrice deve perseguire. Fu come chiedere all’oste se il suo vino fosse buono… Mi dissero che se un manoscritto dopo 20/30 pagine non li convinceva, lo cestinavano. Io, che sono un buono, ho preso nota, firmai e feci il bonifico di 2.887,5€!

Quando scrivi, so che sei un perfezionista. Studi leggi e fai ricerche anche, talvolta, per una sola parola. Come mai nel tuo libro, ti sei lasciato andare, in certi dialoghi, all’eloquio toscano?

È vero, sono un perfezionista, controllo scrupolosamente le parole, i modi di dire i costrutti delle frasi e dei dialoghi. Mi documento se devo trattare di cose che non conosco bene e faccio ricerche sui luoghi, sui monumenti, sulla storia e sulle manifestazioni, nella fattispecie “Il Palio”, quando è necessario. L’eloquio toscano, come lo definisci tu, è appena accennato in diversi dialoghi e non ho potuto ampliarlo perché non ho trovato un sito che mi consentisse di usare le espressioni toscane con precisione, come faccio, per esempio, per i miei due personaggi napoletani. Più  che di eloquio, infatti, parlerei di calata toscana, accento, nulla di più. Ho ritenuto di usare questo espediente per colorire i dialoghi e renderli più frizzanti e salaci. Il libro si svolge prevalentemente a siena ma parte da Roma, come gran parte della tua vita. Come hanno condizionato la tua vita queste due città? E come hanno influenzato i tuoi racconti? A Roma ci sono nato e vissuto fisicamente sino a venticinque anni fa, quando mi sono trasferito a Villa Adriana, frazione di Tivoli, accanto al mio “amico” Adriano, l’imperatore, la cui dimora è a meno di un chilometro, in linea d’aria, da me. Continuo, ovviamente a vivere Roma sempre, perché lì vi sono quasi tutte le amicizie ed i legami anche materiali della mia quotidianità. Siena è una città che ho visitato più  volte, in una regione che mi piace molto e che è una meta molto apprezzata soprattutto dai motociclisti veri come il sottoscritto. L’idea quindi di fare una gita in Toscana è all’origine della storia del libro: la moto simbolo di libertà, d’indipendenza, di amore per la natura, per il paesaggio e per la storia che in essi si racchiude, ha fatto sì che Giulio scoprisse cosa può sempre offrire la vita, anche inaspettatamente! Parlare d’influenze è, comunque, eccessivo o poco pertinente. 

Hai altri progetti in cantiere?

Sì! Per ora l’antologia dei filosofi napoletani, poi forse anche l’autobiografia redatta per “frammenti”, fotografie di ricordi ed avvenimenti, descritti singolarmente. Un’eventuale antologia dei racconti brevi e poi… non mettiamo limiti alla provvidenza.

Scrivi di giorno, di notte… hai un metodo di lavoro? Oppure scrivi quando ti va?

Nessun metodo. Molte sono le cose di cui mi occupo, quindi, sono discontinuo e scrivo solo quando sono conscio di aver metabolizzato una buona idea, giorno o sera che sia non fa differenza. Qualche volta mi alzo dal letto per fissare degli appunti…Il mio metodo è, quindi, non avere un metodo, ma solo buone idee! Per scrivere questo romanzo, ti sei creato uno schema, ti sei scritto una traccia o cosa? Un canovaccio contenente le situazioni e le scene da rappresentare. Una bozza aggiornata man mano che procedevo e che spesso era modificata dall’intuizione del momento. 

Intraprenderesti mai un corso di scrittura?

Ormai non mi resta che intraprendere l’ultimo corso… della vita! Eh, eh, eh.

Li ritieni utili?

Non avendoli mai fatti, non saprei. Sono molto scettico in proposito. Secondo me, forse, sono utili agli artigiani della scrittura, così imparano un “mestiere” formalmente valido e strutturalmente ineccepibile ma l’emozione dell’anima, il trasporto creativo ed il coinvolgimento fisico che, nel mio caso, spesso si manifesta con sudorazione, mani fredde, e commozione vera fino alle lacrime, non te lo può insegnare nessuno! Tutto questo, per parafrasare il manzoniano don Abbondio: ” la capacità di scrivere se uno non l’ha, non se la può dare!” (se ricordo bene).Forse sono stato un po’ lungo, ma come spesso accade, la penna prende il sopravvento e scorre da sola…

Ciao e grazie 

Ringrazio pubblicamente l’amico Sergio, da cui imparo spesso molti termini, dell’intervista che mi ha rilasciato per Liberi di scrivere…

Alla prossima!!!


3 Risposte to “::Intervista a Sergio Maffucci di Michele Ciardelli”

  1. Avatar di Sconosciuto valtergiraudo Says:

    Caro Michele,
    vedo che vai alla grande!
    Complimenti anche a Sergio!!!

    ciao

  2. Avatar di Sconosciuto chopy Says:

     Sì, sto migliorando giorno dopo giorno!!! Devo dire che mi stanno venendo sempre meglio 🙂
    Cara Giulia, stamani ho spedito le domande a Antonio Gargiulo. La prossima sarà di Cecilia Cartocci… ok?

  3. Avatar di Sconosciuto liberdiscrivere Says:

    Va più che bene Michele 🙂

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