:: La trama del matrimonio, Jeffrey Eugenides (Mondadori, 2011) a cura di Serena Bertogliatti

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Eugenides_lightRiassumere La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides sarebbe semplice:
Lei, Lui, l’Altro.
Ma una trama riassunta è uno spazio troppo esiguo per contenere la tridimensionalità di una vita vissuta, per non parlare di tre vite.
Lei è Madeleine Hanna ed è prima di ogni cosa una Lettrice. Madeleine legge, non importa cosa, purché possa leggere, e se all’università studia letteratura è per esclusione: non sa cosa vuole fare nella vita, non sa chi è, sa solo che ama leggere. Ingurgita libri su libri mentre, attorno a lei, nell’università degli anni Ottanta, essere lettori forti non basta più. Nelle aule è entrato lo strutturalismo: divorare acriticamente un romanzo – sia pure un buon romanzo – è ormai più un vizio che una virtù. L’imperativo è: criticare. L’imperativo è: decostruire. L’imperativo è: liberarsi dei vecchi costrutti sociali. Ma Madeleine passa attraverso tutto ciò senza esserne mutata: è, e rimane, una bambina persa in una fiaba, sia pure quella sbagliata.
Lui è Mitchell Grammaticus ed è alla ricerca del proprio Dio. Non sa che foggia abbia, quale religione l’abbia fatto proprio, ma si rende conto che c’è una piccola e immensa parte in lui che non può essere soddisfatta da nessuno dei mille strumenti che il secolarizzato Ventesimo Secolo gli mette a disposizione. E così si domanda: perché negare l’esistenza di Dio a priori? Perché quest’esigenza, propria dei suoi coevi, di togliere ogni funzione alla religione? Perché questa smania, così forte negli anni Ottanta che vive da studente, di negare l’esigenza di una sfera mistica? E, intanto, Mitchell si innamora. Fatalmente. L’amore lo inchioda a Madeleine senza chiedere la sua opinione, e soprattutto senza tenere in considerazione il fatto che nella fiaba di Madeleine non è lui – non può essere lui – il principe azzurro.
L’Altro è Leonard Bankhead ed è un genio ribelle. È intelligente quanto Madeleine non sa essere e affascinante quanto Mitchell non può essere. Ha tutte le carte per essere il principe e il rivale, e lo diviene. Eppure è l’Altro. Eugenides ci fa aspettare fino a romanzo inoltrato per darci il suo punto di vista, e ci fa aspettare ancor di più per farci entrare nel suo dramma. Non è meno protagonista di Madeleine e Mitchell, ma entra nella storia come oggetto di desiderio e invidia. Il romanzo s’intitola La trama del matrimonio, e in questa trama Leonard entra di straforo, come una comparsa che sottragga il costume all’attore principale per poi guadagnarsi a fatica il suo ruolo.
Poi c’è la trama.
Il dizionario Treccani ( http://www.treccani.it/vocabolario/trama/ ) definisce “trama” come “L’intreccio, la linea essenziale di svolgimento dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera”. Il matrimonio ha una propria trama, un insieme ordinato di passi da compiere per attenersi il più fedelmente possibile al copione. Il matrimonio è una fiaba ancora da realizzare, in cui, in modi diversi, i tre protagonisti credono, ed è proprio tale tendere verso l’ideale a far loro scegliere un percorso anziché un altro, delineando la trama di questo romanzo.
Il copione richiede un uomo, una donna, l’amore, ma anche un certo status – perché il matrimonio è una fiaba sociale, con principi e principesse – e Leonard lo sa. La sua vita ha troppe pecche, pecuniarie e mentali, per rientrare nella società in cui Madeleine è cresciuta. La sua esistenza imperfetta offende il buon gusto borghese. Mitchell, invece, tanto amato dai genitori di Madeleine, manca di quel nonsoche che rende un principe principesco, e non un qualsiasi ragazzo vestito d’azzurro. E Madeleine? Leggete e saprete.
La trama del matrimonio è un romanzo candidamente critico. Non c’è acrimonia, nella prosa fluida ma densa di Eugenides, ma anzi una certa sim-patia per questi protagonisti persi nelle proprie stesse trame. C’è una morale? Forse. Ma non è il narratore a esprimere giudizi, se non – raramente – con una punta di ironia compartecipe.
È un romanzo che spazia, dalle atmosfere di dibattito intellettuale estremo che caratterizzano gli anni Ottanta – in cui la critica nata nel dopoguerra è stata così tanto affilata da ritorcersi contro chi la impugna – all’indigenza, individuale e sociale, di una vita nata nella sfortuna, che sopravvive nonostante le condizioni avverse, passando poi per la Miseria con la M maiuscola, persi in un’India che vacilla tra misticismo e squallore. Eugenides non si fa mancare nulla, ritraendo vite troppo complesse e contraddittorie – squisitamente tridimensionali – per poter rientrare in una trama preconfezionata.

Jeffrey Eugenides
è uno scrittore statunitense di origine greca e irlandese. Laureato in scrittura creativa, ha ottenuto il riconoscimento internazionale con il suo primo romanzo, Le vergini suicide (1993), da cui è stato tratto l’omonimo film da Sofia Coppola. Il suo secondo romanzo, Middlesex, ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2003.


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