Traduzione di Pietro Zveteremich
Quanto volte abbiamo sentito dire che in un romanzo è importante la costruzione della trama, una giusta la descrizione dei personaggi, del paesaggio e del dialogo. Spesso. Poi mi sono imbattuta in La coda di Valdimir Sorokin, un romanzo circolato per anni tra le vie clandestine degli intellettuali russi e pubblicato solo verso la fine degli anni Ottanta. La storia è semplice, anzi è un attento sguardo sulle città sovietiche e sui problemi che per lungo tempo le hanno attanagliate negli scorsi decenni e tutto l’impianto narrativo è costruito solo ed esclusivamente attraverso il dialogo. La protagonista è la coda, un lungo serpentone formato dalla più varia umanità: uomini, donne, professori, dipendenti statali, mamme con i pargoli, anziani, operai. Tutti quanti uniti in un’interminabile e ordinata fila nell’attesa di poter recuperare dai negozi i prodotti alimentari, vestiti, le musicassette e i beni di consumo tanto agognati e desiderati. L’autore non descrive nulla, perché La coda non ha una trama narrativa di fondo, ma tutto si crea attraverso lo scambio di battute sagaci e ironiche tra i diversi tipi di umanità in attesa ed è proprio grazie a queste chiacchiere che chi legge può comprendere quanto la vita nell’Unione Sovietica fosse difficile in passato. Direi che durante la lettura si ha come l’impressione di essere in coda e di ascoltare da vicino i diversi protagonisti. Questo stato empatico permette di percepire un senso di oppressione che rende la città sì il luogo dove si vive e si tenta di lavorare, ma allo stesso tempo lo contorna di un senso di claustrofobia dalla quale tutti vorrebbero, ma non riescono, a fuggire. Quello che emerge dallo cambio di battute sono le non indifferenti difficoltà economiche della popolazione, alla quale vanno aggiunte la poca libertà di espressione e di agire del singolo determinata da una politica molto restrittiva, alla quale vanno unite tutte le censure e limitazioni sui beni importati dal fuori confine. Non a caso la coda che i russi fanno all’interno di questo libro di Sorokin non è come quella che di solito facciamo noi alla cassa per pagare, la coda raccontata dall’autore russo è quella che tanti sovietici facevano per poter avere il diritto ad acquistare prodotti e beni che non sempre gli esercizi commerciali sovietici riuscivano a fornire. La coda del titolo è quella che anima le pagine del romanzo ed è formata da individui che non hanno un nome proprio, una sembianza riconoscibile. I protagonisti di questa storia sono figure anonime, identificati da un numero che attesta loro la posizione di attesa dentro al lungo serpentone. Alcuni dei presenti nell’infinita fila hanno un nome (Vadim e Lana), ma nel corso della storia anche loro finiranno fagocitati nel magma umano omogeneo in perenne attesa, diventando persone qualunque. Ad una prima lettura il romanzo di Sorokin potrebbe sembrare leggero e spassoso per la natura grottesca che l’umanità protagonista assume, ma letto con attenzione ci si accorge che con La coda, lo scrittore ha mosso una tagliente critica al sistema politico sovietico – ed è per questo che il libro circolò in clandestinità per anni – e alle ristrettezze economico-sociali che esso imponeva ai cittadini, impedendo loro di avere una degna esistenza.
Vladimir Sorokin, nato nel 1955, dopo gli studi di ingegneria ha lavorato come illustratore di copertine. Negli anni Settanta ha aderito al concettualismo moscovita. È autore di romanzi, racconti, pièce teatrali e sceneggiature cinematografiche.
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