:: Recensione di La festa dell’insignificanza di Milan Kundera – (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

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kunderaTraduzione di Massimo Rizzante

“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.”

Kundera torna a parlarci del tempo delle disillusioni, di un passato che si fa presente con il peso di ciò che non è più. Qui, più che altrove, troviamo una critica pungente agli uomini, marionette animate nelle mani di un abile regista.
Il “non serio” è per lo scrittore ceco il significato profondo della storia che, anche nei suoi momenti più drammatici, tradisce una vena di tragica ironia. Il suo è uno sguardo beffardo sulla vita degli individui che qui diventano, loro malgrado, la parodia di se stessi, indossando panni non propri semplicemente per esistere.
Il sipario si alza sui protagonisti di una pièce teatrale che poi finzione non è, ma è la realtà delle loro esistenze che procedono confuse verso un finale ancora più incerto.
Il racconto si fa pretesto per discussioni improbabili sul male di un’epoca che non ha più niente da dire e così tra ombelichi al vento, relazioni prive di umanità, morti sospese e sogni senza futuro si realizza l’unico obiettivo possibile: il buonumore. Una risata senza pretese che non si faccia troppe domande, ma che azzittisca i pensieri e riempia il vuoto lasciato dalla fine delle idee.

L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna impara ad amarla. […]. Respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore.

Kundera, con i suoi romanzi, ci ha abituato alla dissacrante interpretazione della realtà: in questo ultimo libro, quel lavoro di disgregazione e annientamento delle certezze si realizza senza possibilità di redenzione.
Lo fa canzonando i suoi personaggi più seri, togliendo credibilità alle più solide convinzioni e creando significati nuovi (come quello dell’ombelico), lasciando il lettore senza più punti fermi, ma in qualche modo divertito.
E’ un sorriso amaro quello che lo accompagna nella lettura che si fa, pagina dopo pagina, rivelatrice e profetica. Non rimane che lasciare da parte preconcetti e buone maniere e partecipare alla festa.

Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.”

Milan Kundera è nato a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, il 1° aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista, e lo stesso Kundera fu da giovane musicista jazz. Si iscrisse due volte al partito comunista, la prima da studente, nel 1948 – quando i comunisti presero il potere – ma ne fu espulso nel 1950 per le sue idee eterodosse; vi si reiscrisse nel 1956. Prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto tre raccolte di poesia. Negli anni Sessanta insegnò alla Scuola di Cinema di Praga dove molti dei suoi studenti erano i registi della New Wave cecoslovacca. Del 1967 è il suo primo romanzo, Lo scherzo, la cui pubblicazione fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavera di Praga del 1968; il libro vinse il premio dell’Unione degli Scrittori Cechi. Nel ’68, con l’invasione russa, Kundera perse il suo lavoro di insegnante e non riuscì a trovarne nessun altro. Nel 1970 fu espulso dal partito per l’atteggiamento tenuto in seguito all’invasione russa; le sue opere furono ritirate dalle biblioteche e il suo nome cancellato dai manuali ufficiali di storia della letteratura. Nel 1974 scrisse La vita è altrove – che ottenne il premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia – e Il valzer degli addii, e l’anno seguente lasciò il paese per rifugiarsi in Francia, dove gli era stata offerta una cattedra di letteratura all’Università di Rennes: qui insegnò fino al 1978. Con la pubblicazione, nella traduzione francese, di Il libro del riso e dell’oblio nel 1978 gli venne tolta la cittadinanza cecoslovacca. Nell’81 vinse il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennessee Williams. Nell’84 giunse alla definitiva consacrazione con il grandissimo successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ha anche ricevuto il Premio Mondello (per Jacques e il suo padrone) e il Jerusalem Prix.
Milan Kundera vive a Parigi con la moglie Vera Hrabankova, nei pressi di Montparnasse.


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2 Risposte to “:: Recensione di La festa dell’insignificanza di Milan Kundera – (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi”

  1. Avatar di davide ferrari davide ferrari Says:

    anche se credo m. Kundera spesso sopravvalutato, il suoi concetti personali di insignificanza, di esistenzialismo, del valore del dubbio, lo avvicinano a maestri come a. Campanile. Da leggere.

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