:: Recensione di Acquanera di Valentina D’Urbano (Longanesi, 2013) a cura di Natalina S.

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acquaÈ trascorso poco più di un anno dall’uscita del suo emozionante esordio e il rumore dei suoi passi ritorna più deciso e scalpitante per dar voce ad una storia confinata tra luce e buio, tra vita e morte. Il secondo lavoro di Valentina D’Urbano, Acquanera, pubblicato ancora una volta da Longanesi, attraverso una scrittura tanto morbida quanto caustica, guida il lettore in un’avventura profonda e penetrante in grado di far riflettere sui valori ancestrali dell’esistenza e su credenze ataviche poco lontane dalla nostra epoca.
È Roccachiara, un groviglio di case arruffato su un promontorio che straborda su acque nere e stagnanti, ad osservare l’intreccio di storie che prende forma in un tempo che sembra essersi fermato, in cui l’unico segno di vita sembra essere la morte. Nell’ultima casa del paese, una costruzione arroccata sul belvedere, proprio a picco su quelle acque da cui trasuda silenzio e dramma, viveva Fortuna. Un nome simbolico scelto dalla nonna Elsa per sbeffeggiare la sorte e  augurare a quella bambina, dagli occhi grigi  e le lentiggini sul viso, una vita normale; diversa da quella che ha angustiato la sua e quella della madre di Fortuna, Onda. Fortuna consuma i suoi 18 anni nell’assenza graffiante di una madre sospesa; nella calda presenza di una nonna premurosa e nel rifugio sicuro degli occhi di Lucio ma anche nell’ombra inquietante di una strana amicizia e nel rifiuto umiliante di un ottuso paese. È nel tentativo di interrompere la ritualità di quei giorni, così diversi dal resto del mondo, che Fortuna matura l’idea di andare via da Roccachiara. Dopo la morte della nonna Elsa prova a chiudere la porta, un giro di chiavi per lasciarsi alle spalle i brutti ricordi.
“Ce la farai, e te ne andrai da questo posto, e ti dimenticherai di tutto, perché dimenticare è meglio che avere un brutto ricordo”. Le diceva così la nonna Elsa ma Fortuna non ci riesce a scappare da quella vita che pare non le appartenga e il 12 marzo del 92, dopo 10 lunghi anni, ritorna al suo paese spinta dal ritrovamento di ossa grigie e scalcinate, in fondo al bosco che si estende tra il lago e il paese, a ricordarle che qualcosa è rimasto in sospeso. Qualcosa che a quella morte è legato  come le sue stesse radici. Quelle radici che annodano la sua vita a quella di Clara, di Elsa e di Onda. La grande capacità di Valentina D’Urbano, in Acquanera, è quella di intelaiare perfettamente più storie in un’unica grande vicenda con estrema fluidità narrativa. Giochi temporali, cambi di persona e prospettiva fanno si che le storie si raccontino. La minuziosa descrizione degli ambienti, dei personaggi, delle sensazioni ci conducono ad immaginare le pagine di questo romanzo trasposte su pellicola cinematografica anche se l’auspicio più  grande è che la forza di questo libro arrivi a toccare le giuste corde per ricordarci che dai brutti ricordi non si può rifuggire, che il dolore ritorna puntuale ogni qualvolta non lo si guarda negli occhi, che tutti abbiamo bisogno di ricomporre i pezzi della nostra vita perché è importante sapere chi siamo per sapere dove ci dirigeremo, che l’amore quello non contaminato da niente sopravvive nonostante il tempo, che le assenze sono cicatrici che ci portiamo cucite addosso come la toppa di un pantalone a cui manca un pezzo di stoffa, che la morte esiste, la natura segue il suo corso, consuma ma non tutto.

Valentina D’Urbano è nata il 28 giugno del 1985. Ha raggiunto il successo con Il rumore dei tuoi passi, (Premio Città di Penne Opera Prima) romanzo d’esordio pubblicato nel 2012 con Longanesi. Nella vita è anche illustratrice. Vive a Roma. Acquanera è il suo secondo romanzo. Sito dell’autrice: Valentina D’Urbano

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