:: Recensione di Antonia di Mirella Ioly (Hacca Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

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MirellaEsiste un Cile nella storia di Antonia Luco: è quello del golpe dell’11 settembre 1973, delle persone scomparse e dimenticate, delle vite sventrate dalla violenza e dalla menzogna, dei sogni presi a forza e buttati.
In quei giorni di terrore e stordimento per il Paese, Antonia è in Italia, ad Urbino, a lavorare sulla sua tesi e a studiare l’italiano.
Il suo sofferto rientro in Cile, la ricerca del marito Ricardo rimasto in patria ad inseguire i suoi ideali e il ritorno alla sua famiglia d’origine a Coquimbo, vengono rivissuti da una Antonia ormai adulta attraverso il resoconto che ne fa al suo silenzioso psicologo, il Dr Ray. La donna di sessantadue anni che si racconta in queste pagine ha una carriera di scrittrice alle spalle e il Canada in cui vive è troppo lontano dal suo passato. Riaffiorano così i ricordi ormai perduti di una vita segnata dalla povertà, da legami complessi con una famiglia troppo numerosa per poter essere vissuta appieno, dalla presenza-assenza di un padre e dall’amore interrotto dagli eventi per la madre e per i fratelli.

“Mi sembrava di essere tornata da un viaggio nel tempo, e non riuscivo a ritrovare le mie coordinate […]. Non che i miei parenti mi sembrassero dei primati. Gli volevo bene, ma anche se era passato solo un anno dall’ultima volta che ero stata a Coquimbo […] era come se loro fossero rimasti indietro di ere, o io mi fossi spostata in un altro tempo e da quella lontananza ora li riguardavo con un amore che di solito si riserva ai parenti scomparsi. Forse meglio, ero io che mi sentivo fantasma in un mondo di vivi e volevo raggiungerli, toccarli, far loro sentire che li amavo, ma non riuscivo a essergli vicina”.

C’è tanto nel romanzo d’esordio di Mirella Ioly, italiana d’origine e canadese d’adozione: c’è una scrittura familiare che non dispiacerebbe ad Isabel Allende, ci sono suggestioni che rimandano al realismo magico di Juan Rulfo e Gabriel García Márquez e ai fantasmi a cui Jorge Amado ci ha abituato. L’uso sapiente di flashback consente di ripercorrere l’intensa vita della protagonista e di ricostruirne, passo passo, il lungo percorso esistenziale, segnato da scelte spesso sofferte ma necessarie e costellato da numerosi personaggi che l’autrice sa descrivere e tratteggiare con grande abilità.
Come accade spesso con i ricordi messi da parte e poi disseppelliti, ciò che si svela alla mente è fonte di sofferenza e di tormento. Non è facile per Antonia riaprire cassetti della memoria chiusi da tempo e riavvicinarsi con le parole a eventi dolorosi.

“Perché i miei conoscenti muoiono e io vengo a saperlo solo molto tempo dopo e da una distanza troppo grande? A che posto appartengo? A che famiglia appartengo?”

La vicinanza di George, il marito canadese, e della figlia Manuela l’aiuteranno in questo viaggio a ritroso dentro se stessa e a rientrare in un Cile che non è più quello di un tempo, ma che porta ancora su di sé i segni di un passato recente che non può essere dimenticato.
Mirella Ioly ce lo descrive con intelligenza e preparazione storica, non risparmiando al lettore le necessarie riflessioni sulla povertà e la disperazione di quegli anni, anni in cui il sogno di Salvador Allende aveva dato speranza ai più e dove l’interesse di pochi aveva trascinato il Paese nell’immobilismo e nella paura. La narrazione scorre, complice una scrittura matura e sicura.
E’ un romanzo che da tempo mancava e che, nel panorama oggi spesso desolante dell’editoria, fa la differenza.
Da leggere.


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