Martedì 09-07-2013 ore 19:40, è il momento esatto in cui decido di sfogliare le pagine del nuovo libro di Cristina Zagaria, Veleno, curato da Sperling & Kupfer. È mia abitudine, prima di affrontare una nuova lettura, leggere dedica, indice, ringraziamenti, quarta di copertina, senza una vera ragione se non per percepire e tingere i miei pensieri dello stesso colore delle storie che inizierò a vivere. Così come è mia abitudine attendere che un libro mi cerchi per essere letto. È accaduto anche in questo caso. Veleno è rimasto adagiato tra la pila di libri, in attesa di compiere con me il lungo viaggio da nord a sud, il viaggio che mi conduce ad abbracciare quei ciuffi sfavillanti di ginestra lungo le strade, quel canto stridulo di grilli e cicale, quei profumi di fichi bolliti da cui si ricava il miele che, di ambra, intinge e insaporisce turdiddri e palati. Siamo giunti a casa insieme, nella mia casa, che poco dista dalla terra tarantina, e nel frattempo ho percepito altre emozioni fino a quando ho sentito la necessità di accarezzare quelle 334 pagine, come atto dovuto, come atto voluto.
Inizio a leggere ad alta voce. L’indice traccia l’iperbole della vita, stelle, polvere, nuvole, mare, terra, il volo della luce risucchiata dal buio.
Continuo a leggere ad alta voce ma con tono basso in segno di rispetto, per le storie, per i vivi, per i morti, per l’intera umanità. Leggo e intanto “stringo amicizia” con Daniela Spera.
“Non stavo cercando. Non volevo sapere. Ma il cielo è caduto”.
Non stava cercando e non voleva sapere, quando all’età di 35 anni, con un bagaglio leggero e la testa confusa, Daniela Spera, torna nella sua Taranto. È rientrata dopo una lunga assenza, durata 10 anni, per ricongiungersi con i sui affetti e quel cielo che regala piccole lame di luce. Non sono stelle e presto lo capirà. Lo capirà quando il buio della sua città le regalerà un incontro, tanto speciale quanto carico di responsabilità, con Renato Rossi. Malato di MCS, sensibilità chimica multipla, Renato affida a Daniela la sua storia nel tentativo spasmodico che venga compiuto un atto d’amore. Inizia così, da un incontro nottambulo, il coraggioso cammino di Daniela, un ring aperto contro chi ha causato il male di Renato ma anche di Tina, Sergio, Enzo, la madre di Elisa, Anna, Tiziana, Uccio e tanti altri fortificati a vivere o fortificati a morire, stando alle stime, troppi. Inizia così una battaglia morale, civile, legale contro l’Ilva di Taranto, una fabbrica che produce acciaio e morti. Daniela ricerca, delinea la storia dell’Ilva che, attiva dai primi anni sessanta, ha gettato in aria, in mezzo secolo, tonnellate e tonnellate di polvere velenosa, una giostra di elementi chimici dalla cui combinazione scaturiscono sostanze vertiginosamente tossiche. Daniela raccoglie, in ogni angolo della sua città, testimonianze, storie, cocci di speranze per lottare contro chi crede di poter barattare la vita della gente con sbuffi che fanno dell’Ilva la più grande acciaieria d’Italia, classificandola undicesima a livello mondiale. Un giro d’affari da paura, che genera paura, quella che si legge negli occhi degli operai che vivono sospesi tra la sopravvivenza e la morte, nell’interregno della scelta/non scelta. È per quegli occhi, precari, impauriti, spenti, carichi di lacrime, attenti, speranzosi, vivi o morti, nati e non, che Daniela porta avanti la sua protesta. Intanto, continuo a leggere, sempre, ad alta voce e con tono basso ma il ritmo serra le parole in un rigurgito di rabbia e determinazione. La stessa rabbia e la stessa determinazione che accompagnano Daniela ad “urlare”, sempre più forte, il suo impegno affinché tutti i cittadini di Taranto, e non, si sveglino dal torpore dell’inganno di torbide promesse. Prosegue fino a quando tutte le voci, compresa quella di Sergio, intoneranno un unico coro: Taranto libera.
Veleno non è un giallo, un noir o un romanzo rosa. Veleno è una inchiesta che scava in profondità tra le piaghe di una problematica sociale paralizzante; una denuncia in difesa di coloro che sono stati sepolti nella fossa comune dell’indifferenza privati della loro identità; il fiore della speranza per un futuro che rivendica una Taranto pulita da quella nube tossica che nasconde stelle e sogni, vite e futuro. Veleno è un atto profondamente sentito da parte di una scrittrice, che senza timori e paure, dice la verità e la verità, come lei stessa ci insegna, è coraggio. Con rispetto e gratitudine, Cristina Zagaria, restituisce a Taranto la sua voce, la sua verità.
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