:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

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la-donna-di-troppo-pandianiBentornato Enrico su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato questa nuova intervista. Ormai è la terza su questo blog e di cose ne sono successe. Un bilancio, cosa è successo in questi ultimi tre anni?

Negli ultimi tre anni, dici? Cos’è successo negli ultimi tre anni? Un sacco di cose. Tanto per cominciare ho cambiato editore, passando da Instar libri a Rizzoli. Essere cercati e pubblicati da un editore del genere è stato molto gratificante. Per quanto riguarda la scrittura, ho consolidato les italiens con quattro romanzi e, soprattutto, ho cercato di migliorare la mia scrittura. E questa è una pratica che non finisce mai, per  meno, così la penso io. Per il resto sono diventato più povero ma più felice. E ho scoperto che la libertà non ha prezzo.

Lasciato Mordenti nella sua incasinata Parigi, certamente impegnato in qualche affare di cuore che lo lascerà dolorante e coperto di lividi, nel tuo nuovo romanzo La donna di troppo, edito da Rizzoli, facciamo la conoscenza con un nuovo personaggio: Zara Bosdaves. Come è nato?

Zara è nata da una sfida con me stesso. Stavo consegnando il manoscritto di Pessime scuse per un massacro quando mi è stato chiesto di scrivere un romanzo. Si trattava raccontare la storia della più antica distilleria artigianale di grappa italiane, laggiù nel Montana fra mandrie e cowboy. Quando ho accettato, ho pensato che forse non sarei stato capace di scrivere un romanzo su commissione. Ho anche pensato che questo nuovo personaggio doveva allontanarsi molto da Mordenti. Alla fine è venuta fuori una storia divertente, con una protagonista che mi ha conquistato dandomi l’idea di farla diventare un nuovo personaggio dei miei romanzi. Nel libro La testa e la coda, che ho scritto per i Fratelli Brunello, distillatori in Montegalda, lei era ancora un ispettore di polizia a Vicenza. Ne La donna di troppo, Zara si è trasferita a Torino ed è diventata un’investigatrice privata.

Come ti sei sentito ad entrare nei panni di una donna? Anche se usi la terza persona, ma è lei la tua protagonista.

Le donne mi affascinano. Non a caso i personaggi femminili dei miei romanzi penso siano quelli migliori. Lavorare su Zara è stato difficile. Da tanti anni lei fa un mestiere duro, difficile, che ti segna e ti cambia. Però è una donna e, comunque, le donne sono differenti dall’uomo. Qui il problema era capire come avrebbe pensato, come si sarebbe comportata e quali sarebbero state le sue reazioni in determinate situazioni. Mi piacciono le donne, mi piace la loro determinazione, ammiro il loro senso della realtà, il loro senso del dovere. Sono generalmente persone con i piedi per terra. Zara è una donna bella, un po’ sciupata, con qualche fallimento alle spalle. In lei la forza e l a fragilità si compensano. Non volevo raccontare la mia donna ideale, perché lei non lo è per niente. Volevo che rappresentasse piuttosto l’idea che io ho della donna, un essere decisamente superiore.

Da Parigi a Torino, la tua città. Un cambio di scenario neanche tanto vertiginoso. Da sempre Torino è considerata una piccola Parigi. Da scrittore, come hai deciso di raccontarla? Grande importanza hai dato alle luci, come un fotografo o un pittore impressionista e l’arte è importante nel romanzo, in una scena molto “artistica”ci troviamo per esempio al GAM, per chi non è di Torino è la Galleria d’Arte Moderna di via Magenta.

Ancora oggi, escono romanzi torinesi che raccontano una realtà che non esiste più dai tempi de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini e che, forse, già all’epoca non esisteva più. In questi quarant’anni Torino è cambiata tantissimo, è diventata bellissima, viva, interessante, piena di razze e di colori. È una città su livelli, europea, interessante e sfaccettata. Ha molti punti di contatto con Parigi, le grandi aperture al fondo delle vie, per esempio, o il fiume, anche se vissuto in maniera molto diversa. In più ha la collina, una giungla nella quale può succedere di tutto e nella quale può capitare di perdersi. Torino è un luogo perfetto per un romanzo noir, può essere solare e inquietante, frenetica o intimista. È stato divertente riappropriarsi della propria città per scrivere il romanzo di Zara.

Zara è sentimentalmente legata a François, un uomo molto affascinante, bellissimo, tenero, protettivo, il sogno di ogni donna in fondo. Se non fosse per il colore della pelle. Pensi che possa ancora dare fastidio, anche solo inconsciamente, tutti a parole siamo emancipati ed evoluti, una storia d’amore tra un uomo di colore e una donna bianca? Il tema del razzismo è in un certo senso toccato nel romanzo, un personaggio arriva addirittura a non volere farsi servire da una magrebina in un locale.

Io penso che la nostra società sia profondamente razzista, e questo è un sentimento che nei periodi di crisi, quando i valori cambiano, si acuisce ulteriormente. Solo l’altro giorno un tassiste di estrema destra, si definiva un “mussoliniano”, me lo ha fatto a fette vomitando insulti e battute pesanti nei confronti degli immigrati extracomunitari. Specie quelli di colore che lui chiamava “Abdul”. Ti capita molto spesso di sentire gente che parla in questo modo. Io penso che gli immigrati, al contrario, abbiano permesso a Torino di guardarsi e migliorarsi tantissimo. Quello che manca è un’integrazione vera, uno scambio intellettuale tra noi e loro. La parola è il vero motore dell’integrazione, il raccontarsi agli altri e condividere le storie. Questo in Italia non succede. François è un uomo dolce e innamorato, però è un duro, con una storia pesante alle spalle, uno che si sa difendere e sa proteggere le persone che ama. Non tutti hanno questa possibilità. Lo straniro è in genere una persona indifesa, che avrebbe bisogno di amicizia e comprensione. E questo non avviene che di rado.

Lasciata la Polizia, Zara come investigatrice opera da solista, non deve lasciare tracce se perquisisce per esempio la scena di un delitto, deve fornire spiegazioni alle forze dell’ordine, non ha più un apparato organizzato alle spalle. E’ una limitazione o una fonte inesauribile di libertà, per il tuo personaggio?

Affrontare questo aspetto della vicenda si è rivelato molto divertente. In genere un poliziotto ha alle spalle un apparato gigantesco al quale attingere per le informazioni, gli basta alzare la cornetta del telefono per averle. A Zara tutto questo viene a mancare. Si viene in qualche modo a trovare dalla parte opposta della barricata. Quando si imbatte in un cadavere non può più chiamare la scientifica, ma deve piuttosto levarsi di torno alla svelta, dopo aver cancellato le proprie impronte, e pensare a cosa dovrà dire alla polizia per non incriminare sé stessa e i propri clienti. In più, quello dell’investigatore privato è un mestiere sporco. Quando chiamano te e non la polizia, vuol dire che hanno qualcosa da nascondere. Tutto questo mi ha costretto a vedere la storia da un’angolazione differente, quindi non è stata affatto una limitazione. È stato piuttosto stimolante. Quando devi aguzzare l’ingegno per trovare la soluzione, in genere ti trovi in una posizione promettente. La libertà di Zara, rispetto all’inquadramento in un organismo, si riflette anche su di me come autore.

Non solo io, anche la giornalista di Marie Claire, (giuro che quando ho scritto la mia recensione non avevo ancora letto la sua intervista), accostiamo il tuo romanzo a La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Come è cambiata Torino dagli anni 70 ad oggi? Cosa rimpiangi di allora, cosa preferisci di adesso?

La donna della domenica è un bellissimo romanzo che descrive una Torino che stava già scomparendo all’epoca in cui è stato scritto. Era una Torino elitaria, scura, chiusa. Le macchine giravano dappertutto, i cittadini erano chiusi e provinciali. Anche se qualcuno ancora ama raccontare quel tipo di atmosfera, i tempi della magia e dell’esoterismo, delle portinaie, dei gianduiotti e delle case di ringhiera sono finiti. Basta girare per la città per rendersene conto. Il famoso Balôn di Porta Palazzo, il mercato delle antichità che ai tempi della Donna della domenica era un posto allegro, meta della buona borghesia, oggi è cambiato. È un posto dove la miseria è tangibile, dove molta gente cerca di tirare la giornata vendendo rottami. Si cerca ancora di dargli l’aura di un tempo, ma questo non è più possibile. Torino non è più un paese di provincia, è una città del 2013, come Parigi, Londra o Berlino. Non rimpiango nulla della Torino di allora, mentre adoro vivere nella Torino di oggi. Mi piacerebbe che tra i vecchi torinesi (ormai pochi) e le nuove generazioni che vengono da fuori, dal Maghreb e dai paesi dell’ Africa o dell’Est ci fosse più scambio, più interazione. Questo porterebbe a un salto pazzesco nel futuro.

Un industriale farmaceutico muore in un incidente d’auto. Uno strano incidente, per il figlio della vittima sicuramente un delitto. Come hai costruito questa congiura della Torino bene? C’è un pizzico di denuncia sociale nel tuo romanzo?

Mi interessava la figura di Filippo, il diciassettenne miliardario che scappa dalla propria casa e da una vita infelice. Su questo ho costruito la trama del romanzo. Più che una denuncia sociale ho voluto raccontare alcuni aspetti della vita torinese come li vedo io; una certa piaggeria e il modo un po’ soffocante nel quale la classe dirigente continua a essere cortigiana. Che però, a pensarci bene, non è solo torinese ma italiana. In realtà io non la vedo come una congiura della Torino bene, intendevo piuttosto mescolare le varie classi sociali in una specie di gioco delle parti senza esclusione di colpi che alla fine si trasforma in tragedia. Penso che la crisi abbia portato questo, nella nostra società, uno scontro tra chi deve sopravvivere e chi invece deve difendere i propri privilegi. Alla fine sono sempre i più deboli o quelli con meno scrupoli a pagarne le conseguenze.

Ci saranno altri morti, oltre Leone Dalmazzo, morti che scuoteranno il torpore perbenista di una città che ancora bada alle apparenze, a mantenere intatto il buon nome, molto provinciale per essere una grande città. E’ una città noir Torino, e facile immaginarla come scenario di delitti, avidità e congiure?

Penso di si. Dove ci sono perbenismo e facciata, può sempre succedere qualcosa di eclatante. La gente cerca di apparire in  un certo modo e tende a nascondere gli aspetti di sé che potrebbero deludere o scandalizzare gli altri. Su questo si basano molte storie noir. Il provincialismo tende piuttosto a limitare l’apertura mentale e questo atteggiamento può trasformarsi n una frenesia che può portare al delitto. Lo stesso vale per certi fondamentalismi di cui la nostra società non è priva.

Direi che Torino non è una città di odio, piuttosto è una città d’indifferenza. Prendersi la briga di girare per le sue vie ti dà la sensazione che tutto possa succedere. Invidia e indifferenza, così come certi ambienti, sono un formidabile terreno di coltura per le storie noir.

Quale è la tua scena preferita del romanzo?

Penso la scena che si svolge la notte sul fiume. C’è tutta la mia meraviglia dell’abitare a Torino, in quelle pagine, e c’è l’essenza e il piacere sottile del rapporto che lega Zara a François. Il fiume è molto importante per Torino e in genere nei romanzi viene un po’ tralasciato. Invece a me piace molto, è un polmone, un luogo variegato che i torinesi amano molto. E le sue sponde possono diventare molto inquietanti, specie la notte.

E il personaggio che preferisci, oltre a Zara naturalmente?

Certamente Vinardi, il cattivo del romanzo, che legge Saramago e pensa di aver capito tutto della sua filosofia. Salvo dimostrare alla fine di non aver capito nulla. È un personaggio che generalmente sarei portato a detestare, ma che mi affascina per la sua crudeltà e per l’indifferenza con la quale compie le proprie azioni. Mi piace soprattutto nel momento in cui, da prevedibile bastardo, diventa una scheggia impazzita che tende a compromettere tutti i difficili equilibri del romanzo.

Come hai costruito i dialoghi, ossatura del romanzo? Che linguaggio hai utilizzato, colloquiale, informale, naturale?

I dialoghi sono certamente la parte dello scrivere che mi diverte di più. I personaggi sono l’ossatura di un romanzo, di conseguenza ciò che si dicono è estremamente importante, così come la maniera in cui se lo dicono. Sono rari i momenti in cui ci si parla in maniera informale. In genere i miei dialoghi nascondono tensioni, prevaricazioni, il tentativo di nascondere la realtà. Quando si parlano i miei protagonisti creano una sorta di rapporto tra loro, sempre e comunque. La mia attenzione sta nel cercare di rendere il tono credibile, di usare forme e parole che userei in una conversazione con un’altra persona. Il linguaggio in terza persona è molto duttile. Io ho cercato di trovare il mio, di conseguenza, quando seguo Zara, la narrazione è più elegante, meno volgare, quando invece mi occupo di Vinardi le cose cambiano. Il tono diventa più duro, più cattivo, meno raffinato. E così ho fatto con tuti gli altri protagonisti del romanzo.

Si parla di Simona Nasi, per portare sullo schermo Zara. E per gli altri personaggi chi avresti in mente? Conosco chi sarebbe perfetto come François, solo che è cubano e non fa l’attore.

In realtà nessuno parla di Simona come protagonista, anche perché per ora non c’è, che io sappia, nessun tentativo di portare Zara sullo schermo. Anche se la cosa mi piacerebbe. Conosco Simona e quando mi hanno chiesto, durante una presentazione, se avevo in mente una possibile protagonista a me è venuta in mente lei. Trovo che abbia molti aspetti in comune con Zara. François mi è capitato diverse volte di incontrarlo per strada, così come un giorno, sul tram, avevo seduta davanti Elettra Bucci in carne e ossa. È difficile immaginarsi i propri protagonisti sullo schermo, soprattutto perché vorresti che si comportassero e apparissero esattamente come li hai in testa tu. E questo non è possibile.

Ci sono progetti per traduzioni all’estero dei tuoi libri? Non riesco ad immaginare che nessun editore francese si sia interessato alla serie degli italiens.

Pare, dico, pare che Troppo piombo debba uscire da una piccola ma agguerrita casa editrice parigina (credo faccia parte del gruppo Gallimard), che ha anche opzionato un altro romanzo. Per ora non hjo notizie certe. Per quanto riguarda Zara, invece, lo stanno traducendo in inglese per il mercato americano. All’inizio sarà solo un ebook, in seguito vedremo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Arab Jazz, di Karim Miské (Fazi 2013», un noir parigino che, nonostante il tipo di narrazione scelto dall’autore (il presente mi indispone), mi sta piuttosto prendendo. Seguirà l’ultimo romanzo di José Correa, La traccia della Sirena (Del Vecchio 2013), Correa è un autore che mi piace tantissimo; il suo investigatore privato, Ricardo Blanco, vive e lavora a Las Palmas. Correa è un marlowiano, proprio come me.

Quali sono le qualità fondamentali di un buon scrittore?

Le qualità non le conosco. Deve avere una sola, unica dote: scrivere meglio che può.

Parliamo ora del prossimo Mordenti: puoi anticiparci qualcosa della trama?

Siccome, sotto sotto, Mordenti è un gentiluomo, permetterà a Zara di uscire con una nuova storia prima di ripresentarsi al pubblico. Ho comunque un’avventura de les italiens completamente imbastita e che non vedo l’ora di scrivere. È una storia con il tono dei primi romanzi, con molto humour, ironia, e tanti bellissimi personaggi. Comunque, in luglio (questo luglio) uscirà per Rizzoli un racconto lungo di Mordenti in eBook. È una storia antecedente alla formazione della squadra. Siamo nel 1998, Mordenti e Servandoni sono ancora alla buoncostume e si conoscono da soli due anni. Ma la loro amicizia è già quella di sempre. Una giovane prostituta tossica attira l’attenzione di Servandoni e non solo quella. Mordenti lo aiuterà a salvarla. Molti dei personaggi dei romanzi, qui sono ancora giovani, ma già rivelano quale sarà il loro destino. Agli appassionati dovrebbe piacere parecchio.

E del prossimo Bosdaves si sa qualcosa?

Il prossimo Bosdaves è in lavorazione. È una storia veramente complessa, dove nulla è come appare. Si svolgerà tra Torino e la Franca Contea. Zara dovrà seguire una pista difficile, con poche tracce. Qualcuno cercherà in ogni modo di impedirle di arrivare alla soluzione del caso. Ma alcune vecchie bottiglie le daranno una mano.

Concludo ringraziandoti della disponibilità e dandoti appuntamento all’uscita del prossimo libro, per una nuova intervista. Sarebbe la quarta.

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