Giuliano Pasini, scrittore emiliano originario di Zocca, città natale di Vasco Rossi, già autore di Venti corpi nella neve, opera narrativa d’esordio che da inizio alla serie di romanzi con al centro le indagini del commissario Roberto Serra, ebbi modo di intervistarlo circa un anno fa, incuriosita dall’intervista che aveva concesso a Omar di Monopoli nel suo blog. Se devo essere sincera la prima cosa che ho pensato riguardo alla presenza del soprannaturale nel suo romanzo è che già c’era un celebre commissario capace di sentire la voce dei morti. Poi ciò che mi ha deciso a non considerarlo un limite è stato il suo sguardo “provinciale” sulla realtà italiana. E per sguardo provinciale non intendo, uno sguardo chiuso o ristretto, come si è soliti considerarlo in un’ accezione negativa del termine, ma al contrario mi riferisco alla capacità dell’autore di fotografare i microcosmi ancora vivi e vitali che caratterizzano i piccoli centri, i paesi che ancora costellano la provincia italiana. E Pasini nei suoi romanzi, prima di vittime, delitti e colpevoli, ci parla di geografia umana, correlando le comunità etniche ai territori che abitano, dando grande risalto al ciclo delle stagioni legato alla natura e all’agricoltura. Non a caso in quest’ ultimo romanzo, Io sono lo straniero, edito da Mondadori, i cicli vitali della coltivazione della vite, dividono in sezioni i capitoli passando dalla dormienza, all’allegazione, dall’invaitura al giusto grado di maturazione degli acini. Cicli vitali che sono gli stessi del protagonista che come la vite passa dalla dormienza ad un risveglio carico di aspettative, in un finale insolitamente ottimistico, non ostante per tutto il romanzo la presenza del male sia forte e amara, giusto solo incrinato da una sorta di doppio epilogo, in cui l’autore non concede l’ultima parola al suo personaggio ma da vita ad una ghost track, come si usa negli album musicali. La musica infatti è un’altra direttiva principale del romanzo, assieme alla enogastronomia, entrambe passioni di Pasini, e per riflesso anche del suo personaggio letterario. Se avete già letto Venti corpi nella neve, già conoscete il commissario Roberto Serra, il suo amore per Alice, il suo intuito investigativo, la Danza che lo tormenta, legata al suo passato e alla morte dei suoi genitori. In questo nuovo romanzo abbiamo un cambio di scenario, non più Case Rosse e l’Appennino tosco- emiliano, ma il ricco Nord- Est, Treviso, e Termine piccolissimo borgo, quasi un incrocio tra le vigne, sulle colline venete del Prosecco. Io sono lo straniero inizia in un tempo sospeso, un tempo di quiete, di incapacità di parlare quasi. Le medicine che Serra prende tengono a bada la Danza, la barba nasconde le cicatrici del suo volto, il piccolo borgo lo isola da tutto e da tutti, il suo lavoro come commissario capo dell’ufficio immigrazione della questura di Treviso non gli permette di mettersi in gioco, di rischiare, di vedere il suo precario equilibrio in pericolo. Oltre ad Alice ha nuovi amici, Suzana, sudamericana con un passato doloroso da dimenticare, e Alvise e il suo ristorante, dove il commissario si rilassa cucinando per gli ignari avventori, piatti che non assaggia mai, piatti nati dalla memoria dei gesti semplici di sua madre. Una vita tranquilla, tutto quello che chiede, ma un giorno il passato ritorna, col volto di una ragazzina pelle e ossa, con un chiodo e i capelli rosa. Francesca sa chi è. Conosce il uso passato nella squadra speciale a Roma. Sa che è un poliziotto che risolve i crimini su cui indaga. Francesca spera che si occupi della scomparsa della sua amica Elèna, una straniera, una donna delle pulizie bielorussa, un’ invisibile, una ragazza di cui a nessuno, oltre lei, importa niente. Serra è tentato di lasciar perdere, di ignorare la disperazione e il dolore che legge in quegli occhi, un dolore troppo grande per la sua giovane età. Ma naturalmente non può, non può continuare a dormire, trincerandosi dietro un’ ostile indifferenza. Poi la scomparsa di Elèna si rivela l’inizio di una voragine di donne scomparse, tutte giovani, tutte straniere, tutte abbandonate ad una sorte senza scampo. Perché c’è un serial killer nella zona, un assassino spietato, con un piano in mente, un folle piano nato molti anni prima in menti altrettanto folli, organizzate, scientificamente determinate. E Serra non può non cercare di fermare il male, ora che ne ha l’occasione. Ora che non può fare diversamente.
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