:: Estratto dal capitolo 9 di Protocollo Stonehenge il nuovo romanzo di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Mezzotints Ebook, 2013)

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headerinsidenuovostonehenge(…) La stagione degli incubi iniziò quella notte. Per molti giorni fu attribuita a un mix banale che tutti, più volte nella vita, sono costretti a ingurgitare: una cena indigesta, un film da evitare o una lettura impressionante.
Le cinque del mattino. Francesca avrebbe avuto tutto il tempo per desumerlo ogni volta che avrebbe affrontato il tremendo ritorno alla realtà.
All’inizio il senso di angoscia era quello descritto da Hufford. La sensazione di essere sul punto di svegliarsi e una presenza maligna sopra di sé. L’odore del fiato estraneo, la trama di un tessuto, forse un giubbotto. Il rumore e il vento gelido di uno spazio aperto. Il tutto al buio, con motori che sfrecciavano da qualche parte in un’apparente dimensione parallela.
Poi, un ruggito lontano. Un rombo di motore, titanico e alieno. Sempre più forte. Infine il buio veniva violato.
Due lumini in lontananza. Crescevano. E anche il frastuono. Nel suo letto, una Cosa la sovrastava e un’automobile stava per travolgerla.
Era nel regno della pazzia. Perché Francesca si sentiva sveglia.
I lumini si erano trasformati in palle di fuoco. Il rumore era assordante. Poteva persino sentire il tanfo di benzene emanato dagli scarichi dell’auto.
Aveva urlato, con tutto il fiato di cui disponeva. Di sicuro svegliando tutta la gente del palazzo. Francesca non poteva ancora saperlo in settembre, ma quelle persone sarebbero state svegliate alla stessa ora molte altre volte.
Dopo l’urlo, aveva acceso la luce sul comodino.
E guardato l’orologio.
Le 5.20.
Era cominciata così. E dopo un anno, non accennava a smettere. (…)

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