:: Un’ intervista con Simone Sarasso

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Grazie Simone per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Grazie a voi per l’ospitalità!
Ho trentatré anni (quasi trentaquattro), sono sposato, ho un bimbo e mi guadagno da vivere scrivendo e insegnando scrittura. Scrivo romanzi, racconti, sceneggiature. Mi occupo di narrativa, fumetti, cinema e TV. Insegno scrittura creativa alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano.
Riguardo ai punti di forza: posso stare anche 12 ore alla tastiera e sfornare fino a 40.000 battute in un giorno. La debolezza che ne consegue è intimamente connessa alla forza medesima: dopo sessioni da 12-13 ore sono più piatto del tavoliere delle Puglie e ho la vocazione sociale di un monaco trappista muto.

Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Mi sono diplomato al liceo scientifico e ho una (utilissima) laurea in filosofia. Da bambino leggevo un sacco di Topolino e andavo matto per pane e salame. Oggi preferisco i romanzi di Don Winslow, Glen Duncan e Warren Ellis, ma il pane e il salame mi piacciono ancora. Specie se accompagnati da una birra ghiacciata.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

È nato tardi, a vent’anni. Ho fatto l’Erasmus in Spagna e lì sono diventato un lettore compulsivo (complice il parecchio tempo libero). A scrivere ho cominciato per caso, cinque anni più tardi: il mio primo editore mi commissionò un racconto, che diventò un romanzo e accese la scintilla.

Per Rizzoli hai appena pubblicato un romanzo storico molto particolare Invictus – Costantino l’imperatore guerriero. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Invictus è la storia di Costantino il Grande, Imperatore Santo, vissuto nel IV secolo d.C., eroe di Roma e paladino della cristianità. L’idea alla base del romanzo è quella di scavare nelle zone d’ombra della vita di Costantino, descrivendo la nuda, imperfetta natura umana che si cela dietro al mito Imperiale.

Il romanzo storico ha precise regole e strutture narrative. Sicuramente tu non sei uno scrittore che accetta le strade già tracciate, sei piuttosto un guastatore. In cosa ti senti innovatore?

Il linguaggio è il campo da gioco che preferisco quando si tratta di sperimentare o scardinare cliché. Nel mio romanzo non si parla come in un peplum anni Sessanta, questo è certo. Né si agisce in punta di penna. Sesso, turpiloquio e ultraviolenza sono ingredienti fondamentali della mia narrativa. E, guarda caso, sono elementi portanti della società romana dell’epoca.

La ricerca delle fonti è il primo passo nella costruzione di un romanzo storico fondato sulla verità storiografica. Come hai raccolto le tue fonti, come hai preceduto alla scrematura dei dati irrilevanti, ti sei fatto guidare dall’intuito e da una tua personale visione dei personaggi?

Diciamo che ho “fatto i compiti”, come dovrebbe fare qualunque autore si occupi di narrativa storica. Sono andato alla ricerca delle fonti originali, scritte dai contemporanei di Costantino (la sua biografia firmata da Eusebio, più qualche chicca messa in pagina dai suoi detrattori), ma non ho trascurato la sterminata produzione storiografica che esiste riguardo all’Imperatore santo. Per consultarla, ho adottato un criterio “ecumenico”: ho studiato testi di centosettant’anni fa (l’opera di Burckhardt, il primo vero storico dell’età di Costantino il Grande, risale all’epoca degli ultimi fasti dell’Impero prussiano) unitamente a volumi recentissimi (come quello di Arnaldo Marcone), senza tralasciare tutto quello che ci sta in mezzo. Solo così è stato possibile costruire un’immagine tridimensionale del personaggio e della sua psicologia.

Oltre alle fonti scritte sei stato influenzato anche da film, sceneggiati, fumetti? Vuoi parlarcene?

Credo sia impossibile, nel XXI secolo, occuparsi di storia antica e fiction senza pensare al Trecento di Zack Snyder o alla serie Spartacus. La mia produzione “imperiale” deve molto a questi modelli espliciti.

Il linguaggio è sicuramente un elemento fondamentale nel ricreare un periodo storico lontano, per dare il senso del tempo, descrivere la mentalità di chi viveva in quel periodo. Come ti sei regolato? Come hai costruito i dialoghi?

Il mondo che ruota intorno a Costantino, la corte imperiale del IV secolo insomma (sia quella di Diocleziano che, dopo, quella che vedrà il figlio di Costanzo indossare la porpora), è un mondo profondamente diverso da quello che siamo abituati a immaginare quando si parla dell’antica Roma. Il IV secolo non è più l’età dell’oro, ma l’inizio del declino che porterà alla fine dell’Impero d’Occidente un secolo e mezzo più tardi. La classe dirigente è quasi tutta composta da soldati, ex soldati e militari in pensione. Che hanno trascorso l’esistenza a mollo nel sangue fino alle ginocchia. Il linguaggio di questa gente non è quello di Cicerone, ma più probabilmente quello che si potrebbe ascoltare in caserma. Dunque, il turpiloquio – come accennato – è un elemento essenziale del dialogo. Detto questo, ho cercato di lavorare sull’intero corpus linguistico in uso da parte dei protagonisti, modernizzando la comunicazione e rendendola conseguente al ritmo del libro.

Parlaci di Costantino, uomo, soldato, imperatore. Pensi di aver catturato nel tuo libro lati del suo carattere mai messi in luce? Quale è la tua idea personale del personaggio?

Costantino è stato molte cose in vita sua, ha vissuto dieci vite in una. Nato figlio di genitori separati, ha dovuto imparare a crescere come un principe, pur non essendo destinato al trono. Ha sempre sofferto dell’assenza di una figura genitoriale di riferimento e non l’ha mai trovata in suo padre Costanzo. Da lì il rapporto complicato con la famiglia e i figli. È diventato prima un usurpatore poi un grande sovrano. È stato un paladino cristiano e uno spietato assassino. Messo al mondo per un mestiere che non era il suo, ha lasciato che il potere assoluto lo corrompesse assolutamente.

Nucleo centrale delle tue opere è il lato oscuro del potere. Che libertà hai trovato nella costruzione del romanzo storico. L’epoca romana si presta meglio dell’epoca contemporanea a riflessioni etiche più universali. O i meccanismi di corruzione, di nepotismo, di opportunismo sono gli stessi in ogni tempo?

La lezione più preziosa che può insegnare lo studio della Storia è che NON si stava meglio quando si stava peggio. Si è SEMPRE stati peggio. Le dinamiche di potere odierne non sono molto diverse da quelle in atto nell’antica Roma. Solo più ipocrite riguardo a disuguaglianza sociale e diritti umani. Ma, come premesso, il potere assoluto corrompe assolutamente, e chi ne beneficia lo fa sempre a discapito di qualcun altro.

Scriverai nuovi romanzi storici? Hai in progetto la rivisitazione di qualche altro personaggio dell’antichità?

Il 24 di ottobre uscirà per Rizzoli COLOSSEUM, il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale: la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi.

A che scrittori ti sei ispirato? C’è qualche lezione fondamentale che hai imparato? Qualche segreto da confidare ad un autore che per la prima volta si accosti al romanzo storico?

I miei maestri sono Sergio Altieri, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Valerio Massimo Manfredi. Quando scrivo, cerco di shakerare i loro insegnamenti con una buona dose di James Ellroy (che non guasta mai). Che si scriva del passato, del presente o del futuro, occorre farlo con dedizione e costanza. Diceva un saggio che questo dannato mestiere è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Mi sa che non aveva torto…

Da un punto di vista tecnico come hai proceduto alla stesura del libro: hai scritto una scaletta, hai proceduto di getto, per poi procedere alle revisioni, hai proceduto per immagini, vedendo con la mente le scene delle battaglie etc.?

Io sono un maniaco del controllo, dunque procedo per gradi: prima consulto i documenti e schedo tutti i testi di riferimento. Poi compongo una scaletta dettagliatissima, con notazioni psicologiche per ogni personaggio in ogni scena, e infine scrivo, scena per scena in ordine cronologico.

Quale è la tua scena favorita? Quella che ti sei più divertito a scrivere?

Senza dubbio l’incontro tra Lattanzio e Costantino e la successiva chiacchierata.

Il personaggio più difficile da delineare, quello più sfuggente, negativo, complesso?

Licinio. Un mezz’uomo privo di spina dorsale, ma in fondo anche un monarca giustissimo e mite. Un autentico casino psicologico.

Pensi che Invictus Costantino l’imperatore guerriero si presti ad una rivisitazione cinematografica? Se potessi senza limiti di budget di spesa, usando massima libertà chi sceglieresti per interpretare il protagonista? Che regista?

Sul regista non ho dubbi: Robert Rodriguez è l’uomo che fa per me. Sogno da sempre di lavorare con lui. Nella parte di Costantino, Brad Pitt sarebbe perfetto. Il giovane Costantino, però, lo farei interpetare a Xavier Samuel.

L’epoca in cui visse Costantino fu un’ epoca di crisi, di decadenza; un’ epoca violenta, corrotta, immorale se vogliamo. Come l’ hai resa nel tuo libro? C’è un intento di parlare di ieri per parlare di oggi, della contemporaneità?

Il mio giudizio su Roma è pessimo. L’epoca che descrivo nel romanzo è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui il centro del potere si sposta a oriente e l’Urbe rimane un coacervo di corruzione e parassitismo. Ovviamente, parlando di una Roma decadente è difficile non pensare al presente. Ma nel romanzo non c’è solo questo. C’è anche la descrizione della nascita d’un mondo nuovo, sotto l’egida d’un imperatore visionario. A volte i romanzi storici ci parlano insistentemente del presente. Altre, invece, raccontano solo storie di tanti secoli fa.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro?

Un anno e mezzo, tra documentazione e stesura.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Sono abbastanza soddisfatto dell’indagine condotta nelle tenebre della psiche dei miei personaggi. Certo, non nego che mi sarebbe piaciuto dedicare più spazio a quella carogna di Galerio e alla sua personalità distorta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Sì, siamo prossimi alla firma per un contratto di traduzione molto importante per un paese europeo. Ma, per scaramanzia, preferirei non dare l’annuncio finché non sarà tutto nero su bianco.

Infine nel salutarti, ringraziandoti per la disponibilità e per il tempo che hai trovato per rispondere a questa intervista, parlaci dei tuoi progetti prossimi, c’è un nuovo noir contemporaneo nell’aria?

Certo che c’è. C’è sempre un nuovo noir nell’aria. Segnatevi questo titolo: IL PAESE CHE AMO. Nel 2013 ne leggerete delle belle!

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