Nella Carne opera di esordio di Sara Bilotti pubblicata nella collana Termidoro narrativa diretta da Eva Massari è una raccolta di dodici brevi racconti di cui l’ultimo scritto a quattro mani con Massimo Rainer che prende il titolo da uno di essi, per la precisione il nono. Già leggendo la prefazione a cura di Luigi Romolo Carrino si percepisce il grado di intensità e passione con cui l’autrice decide di sezionare la quotidianità per farla sanguinare, per farla spurgare facendo sì che sia chiaro e manifesto, che l’orrore, il male, la follia, emergono più dolorosi e inquietanti non tanto nell’eccezionalità di eventi straordinari ma più che altro nella banalità della vita di tutti i giorni, nelle rassicuranti mura domestiche, nei rapporti tra vicini, a scuola, in collegio, in istituti per la cura dei disabili. Li l’orrore prende le tranquillizzanti sembianze “della nostra vita normale” del frusto, del consueto, e proprio perché questo quasi ci anestetizza siamo più propensi a provare sgomento, disorientamento quando all’improvviso la normalità si tinge di sangue, di morte, di follia. Dodici racconti profondamente noir, senza lieto fine, senza consolanti morali precotte, senza giustificazioni, scuse, rimorsi. I finali spiazzano per la loro inevitabilità, per l’amarezza implacabile che non da scampo. Interessante che questo scopo è raggiunto senza uso di cinismo, sarcasmo gratuito, autocompiaciuto gusto del macabro. La Bilotti non usa infatti l’effettaccio, il colpo basso, la retorica di bassa lega, si limita a presentarci i fatti, si limita a descrivere i personaggi senza sovrastarli con giudizi o condanne e in questo suo farsi piccola, in un angolo della narrazione riesce nel suo intento, riesce a farci provare commozione per le vittime, dolore per i colpevoli. La Bilotti seppur giovane, seppure al suo libro d’esordio sfoggia una padronanza stilistica inusuale, una scrittura al femminile che coniuga il noir con sensibilità e delicatezza specialmente riservata ai personaggi più fragili, ai bambini anche se terribili, penso a L’uomo nero, alle ragazze vittime di abusi, il finale di Pozzo verde è sicuramente emblematico, ai disabili mentali come Margherita in Farfalle. I più spiazzanti, Senza voce, Loro e Nella Carne quest’ultimo l’ho dovuto rileggere parecchie volte per convincermi che davvero il dubbio atroce che mi era sorto corrispondeva a verità e ancora adesso aleggia in me un senso di incertezza. Se posso dare due consigli a Sara Bilotti, uno le consiglieri di leggersi i racconti di Flannery O’Connor, ho sentito una profonda comunanza tra queste due autrici una immersa nel profondo Sud degli Stati Uniti l’altra nella Palude come definisce la sua realtà, l’altro di continuare con la difficile arte dei racconti per cui il suo talento mi sembra trovare voce. Ma i consigli naturalmente vanno presi con le molle, la cosa migliore da fare è sempre seguire la propria strada.
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