Bentornato Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. Mi piacerebbe parlare in questa intervista principalmente del tuo nuovo libro Il metodo del coccodrillo, con cui hai esordito in Mondadori. Come sei stato accolto in questa grande casa editrice? Che cambiamenti hai notato? Ti senti più libero o più vincolato rispetto a prima, non solo artisticamente ma anche proprio nell’organizzare presentazioni, concedere interviste?
R. Grazie a te dell’attenzione, sai che seguo il tuo blog con grande piacere, fai un bellissimo lavoro. Per rispondere alla domanda, non è tanto la casa editrice, che peraltro supporta con professionalità e bravura l’attività di promozione, quanto il successo del libro a riempire piacevolmente la mia agenda. Il metodo del Coccodrillo è partito molto forte, al di là delle più rosee previsioni, affermandosi in classifica e attirando l’attenzione della stampa, dei festival e delle librerie.
I tuoi lettori hanno accolto questo libro con molto calore. E’ stato quasi un azzardo, un rischio lasciare un personaggio molto amato come Ricciardi per nuovi personaggi. Ti aspettavi tanto successo?
R. Sì, è stato un azzardo. A volte ci penso con un brivido, ho corso davvero un rischio: Ricciardi è comodo, ha una base consolidata di lettori affezionati e tutto avrebbe consigliato di continuare per la strada tracciata ancora un po’. Ma quando hai una storia dentro, questa comincia a mettere radici, rami e foglie e allora devi lasciarla uscire. Certo che tutto questo successo è stato una bellissima sorpresa, prima per me e poi per gli altri.
C’è una svolta nel tuo stile, nella tua costruzione della trama rispetto alla serie di Ricciardi. Sei meno romantico, sentimentale. Quali scrittori, quali letture pensi abbiano influenzato la stesura di questo libro?
R. E’ diversa l’epoca, è diversa la città. La Napoli di Ricciardi è evocativa, misera ma dignitosa; il linguaggio è improntato alla tenerezza per un tempo lontano, per una scala dei valori condivisa che non esiste più. La città che racconto oggi è una qualsiasi metropoli occidentale, che viaggia a mille all’ora e che ha un unico intento: quello di non essere coinvolta nei problemi altrui. Scrittori contemporanei come Ruggero Cappuccio raccontano questa città, e li leggo con il piacere che si riserva a una grande scrittura e con l’accorato timore per il nostro futuro.
Il metodo del coccodrillo è un noir contemporaneo, un poliziesco metropolitano molto all’americana, molto alla Ed McBain. Niente più anni 30, niente più schegge di sovrannaturale. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
R. Ti ringrazio per l’accostamento che mi onora enormemente, sai che McBain è il mio inarrivabile modello e i tratti somatici di Lojacono, orientali, sono un sentito omaggio al suo Carella dell’87° distretto. Volevo camminare narrativamente per la mia città, almeno un po’. Nei racconti non hai il respiro sufficiente per guardarti attorno, hai bisogno di un romanzo per respirare l’aria che tira, per capire tante cose. E volevo un faccia a faccia tra due solitudini, una immersa nel male e una nel ricordo dell’amore
Parlami del protagonista l’ispettore Giuseppe Lojacono, un siciliano in esilio a Napoli, una città che sente estranea, inospitale, fredda. In che misura i luoghi influenzano questo personaggio o è vero il contrario?
R. I collaboratori di giustizia, lo sappiamo, determinano i destini delle persone. Spesso non necessitano di riscontri per gettare addosso a uomini e donne che magari sono innocenti l’infamia di un delitto o di una connivenza con la criminalità che a volte si scopre inesistente anche dopo anni. Lojacono ha perso per questo motivo tutto quello che aveva: famiglia, amici, lavoro. Perfino la sua città. Si ritrova proiettato in una realtà fredda, oscura e diffidente, di cui non capisce a fondo le dinamiche e nemmeno vuole coinvolgersi più di tanto con i pochi che gli danno confidenza. In questo modo riesce però a guardare con obiettività alle cose che gli succedono attorno e quindi a intuire le vere mozioni del Coccodrillo. Il legame col luogo è diverso ma strettissimo, alla fine è Lojacono a indicare le regole del gioco ai suoi colleghi.
Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole, evidenziandone i passaggi salienti, per incuriosire un lettore che passasse di qua e non l’avesse ancora letto?
R. Domanda difficile. E’ una storia che parla d’amore, il più terribile e il principale movente di ogni delitto; di solitudini, di disperazione; ma anche di un piccolo spiraglio di umanità, e dell’immenso legame tra padri e figli.
Parlaci dei personaggi principali del libro?
R. Inizialmente volevo un faccia a faccia serrato tra Lojacono e il Coccodrillo, un assassino freddo e determinato che sta portando a termine un disegno all’ombra del muro che costituisce una città chiusa e indifferente. Poi sono venuti fuori tutti gli altri personaggi, donne, ragazzi, perfino una bambina di sette mesi, e hanno chiesto voce e presenza. Io non ho fatto altro che aprire la porta, e loro sono entrati nel romanzo, ognuno al suo posto.
Ci sono due donne legate al protagonista una più materna, sensuale, accogliente e una più indipendente, determinata, aggressiva. Due volti quasi opposti della femminilità. In che misura questi due personaggi femminili si accostano al protagonista?
R. Ogni persona, donna o uomo, ha due lati della propria personalità che hanno diverse esigenze. Diciamo di desiderare la tranquillità, la serenità di un rapporto consolidato che faccia da porto sicuro, e poi restiamo affascinati dall’imprevisto, dall’incomprensibile, dal mistero. Ricciardi e Lojacono non sono diversi da chiunque altro, ed essendo per motivi opposti portatori di mistero affascinano le donne che incontrano. E’ una dinamica normale della vita, nulla di strano che la inserisca con naturalezza nei miei romanzi.
Quale è o sono le tue scene preferite in Il metodo del coccodrillo?
R. Credo che la parte finale, una sequenza che ho cercato di rendere serrata e senza fiato, sia riuscita abbastanza bene. Anche le lettere che scrive il Coccodrillo, che sono il modo in cui gli do voce, danno l’idea della sua personalità e mi hanno soddisfatto.
Quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?
R. Il più difficile è stato senz’altro il Coccodrillo. Doverne descrivere le mozioni e i comportamenti senza poter contare sul dialogo e sull’interazione con gli altri personaggi è stata una prova di una certa problematicità, spero di essere riuscito. Il più facile, all’inverso, proprio Lojacono: immedesimarsi nella sua condizione, ritrovare i colori della sua solitudine e della sofferenza di padre è stato semplice.
Il metodo del coccodrillo è in un certo senso un romanzo che ha un protagonista nascosto. La solitudine dei personaggi è cupa, li intrappola, li schiaccia. Sia Lojacono che il suo antagonista, il coccodrillo, molto più simili di quanto si pensi, soffrono entrambi di questa malattia dell’anima. Come hai reso un “sentimento” così evanescente come la solitudine?
R. Al solito la tua sensibilità di lettrice ha individuato il principale elemento dell’atmosfera del romanzo. La solitudine è il mood principale, il rumore di fondo che ho voluto sottendere a tutta la narrazione. L’ho immaginata come un retrogusto, una colonna sonora e senza mai discuterne direttamente l’ho poi ritrovata in ogni pagina. E’ la peste contemporanea, la grande malattia della società moderna.
Il coccodrillo persegue una vendetta. La sofferenza l’ha chiuso in una lucida follia dandogli quasi le stigmate del giustiziere, anche se non è giustizia quella che persegue. Da genitore, senza svelarci troppo, quanto ti è costato elaborare questo processo di progettazione del crimine?
R. Il motivo della sofferenza per i figli è un filo conduttore della mia scrittura, tu sai per aver letto quanto sia stato difficile scrivere Il giorno dei morti, il quarto romanzo di Ricciardi. Mi basta immaginare, immedesimarmi in quel dolore per comporre la follia che pervade una mente normale, e seguirla nella sua innaturale evoluzione. Come un tumore. Ti rispondo: mi è costato, sì. Mi è costato moltissimo.
Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: Enrico Pandiani, Carlo Lucarelli, Garcia Marquez, Alessandro Bastasi, Diana Lama, Marco Vichi, Ed McBain, Stephen King, Cormac McCarty, Philip Roth.
R. Questa è perfidia pura! Peraltro citi autori che mi piacciono da morire, quindi prendo il dizionario dei sinonimi… A parte gli scherzi, Enrico è fantastico; Carlo è un Maestro, Garcia Marquez inarrivabile, Alessandro in costante, splendida crescita, Diana effervescente e ironica, Marco va approfondendo le sue interessantissime tematiche, King è unico, McCarty un caposcuola e Roth impressionante. McBain, be’, lui e in cima a tutti per me.
Il metodo del coccodrillo nasce come romanzo unico. Ci sarà un seguito?
R. C’è una cosa da dire, sulla serialità. Tu non decidi prima di voler fare una serie, non pianifichi, non allestisci. Semplicemente non scrivi una favola, non chiudi con un “… e vissero per sempre felici e contenti”. La vita continua sempre, e i personaggi che non muoiono hanno sempre la faccia rivolta al futuro. Il metodo del Coccodrillo è un romanzo singolo, ma le figure dei protagonisti e l’affetto dei lettori hanno creato un grande interesse dei maggiori editori a un seguito. Io stesso mi sono affezionato, e sono curioso di vedere cosa può succedere a Lojacono e agli altri, e avrei anche un’idea sulla prosecuzione della vicenda che li riguarda. Staremo a vedere.
Per i fan di Ricciardi è iniziato il ciclo delle festività. La prossima sarà la Pasqua?
R. Sì, il prossimo romanzo di Ricciardi che uscirà probabilmente in autunno si svolgerà tra il 20 e il 27 marzo del 1932, il giorno di Pasqua appunto. La storia è molto intrigante, non vedo l’ora di cominciare a scriverla (lo sai che scrivo durante le ferie estive).
Infine per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti un’ultima cosa: che progetti hai attualmente in corso, teatrali, letterari, cinematografici?
R. Stiamo lavorando a un’idea innovativa cinematografica che riguarda Il metodo del Coccodrillo, una cosa che in Italia non è ancora stata realizzata sul modello di Sin City, per intenderci. Poi spero che verrà messo in scena Gli altri, un mio testo teatrale al quale tengo davvero tanto. Poi come sempre c’è Ricciardi che incombe… Ci sarà da divertirsi, insomma. Nel frattempo lasciati abbracciare, e con te i lettori del tuo splendido blog.
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