Se vi chiedessero: «Come lo preferisci il bisturi? Affilatissimo, Affilato o smussato?» Voi cosa rispondereste? Presumo che a seconda del contesto (dal chirurgo plastico, in una sala operatoria e perché no, magari pure in qualche ristorante cool) queste domande potrebbero essere più o meno piacevoli. Sicuramente Jon Vatten – protagonista del romanzo La biblioteca del’anatomista -quando si sente porre questa domanda dal suo aguzzino non è molto contento di quello che comporterebbe la sua scelta e soprattutto, appena sentite queste gelide parole prende coscienza di quanto possa essere cinico un uomo all’apparenza tranquillo. Siamo nel 2010, in Norvegia a Trondheim dove Vatten è il principale sospettato dell’omicidio della collega Gunn Brita Dahle, la donna da lui rinvenuta cadavere all’interno dell’ente culturale dove lavorano entrambi, lei come bibliotecaria, lui come addetto alla sicurezza. Per Vatten, sensibile, pasticcione e anche un po’ imbranato, non è la prima accusa di omicidio, infatti, già cinque anni prima l’uomo era stato sospettato di aver assassinato moglie e figlio, ma le prove lo aveva scagionato. L’ uccisione della collega però, lo porta nuovamente sotto la lente degli investigatori, ma ben presto le accuse contro il custode cominceranno a vacillare per due motivazioni: la prima, riguarda le modalità d’esecuzione dell’omicidio, compiuto seguendo una logica specifica e con strumenti di precisione per tagliare e incidere. Secondo, negli Stati Uniti d’America, a Richmond in Virginia, il curatore dell’Edgar Allan Poe Museo, tale uomo solitario Efrahim Bond, viene ritrovato cadavere e il suo corpo presenta gli stessi particolari segni di tortura della Dahle. Due delitti sì lontani, ma con procedura simile che riconducono al contenuto di un misterioso manoscritto di un prete del XVI secolo, conosciuto da tutti gli esperti del settore bibliofilo come Libro di Johannes, che non a caso è inaspettatamente sparito. La collaborazione tra investigatori americani (la perspicace poliziotta Felicia Stone) e norvegesi (l’ispettore Odd Singsaker, operato al cervello e lasciato dalla moglie) porteranno i lettori dentro ad una intricata indagine tra passato e presente, tra libri antichi e pergamene alla scoperta dell’assassino. I fatti narrati dall’esordiente Brekke sono molto cruenti e questa sensazione la si percepisce sin dal prologo, ma la presenza di personaggi dei quali il narratore ci racconta parte della loro vita privata (l’adolescenza traumatica di Felicia Stone, le sofferenze del simpatico Singsaker e l’ambigua stranezza della giovane bibliotecaria neoassunta Siri Hom) aiuta noi lettori ad affrontare con attenzione la ricerca del colpevole e a capire che la vita è caratterizzata da un combinazione di sofferenza, lotta e anche un po’ di pace e armonia.
Come accade in molti romanzi dove il filo conduttore è la caccia al colpevole, anche questo primo lavoro d’esordio di Brekke è concepito come un puzzle di luoghi e persone inizialmente distanti tra loro e senza nessun apparente legame, poi più ci si addentra nella storia, più i “nodi vengono al pettine” e il mosaico si ricompone portando a galla un’agghiacciante verità del presente e del passato. Il filo conduttore che collega i due brutali assassinii nella contemporaneità affonda le radici nei secoli trascorsi, in una serie di personaggi storici realmente esistiti (lo stampatore veneziano Manuzio, lo studioso di anatomia Alessandro Benedetti e l’anatomista Vesalio) e di fatti la cui certezza storica è più o meno confermata, nei quali è coinvolto un giovane ragazzo del Nord Europa,che una volta indossato l’abito talare scriverà un importante libro su pergamena. Il narratore dimostra una preparazione vasta e raffinata che gli permette di creare un perfetto mix tra azione, ritmo incalzante e suspense, evidenziano come certi ambienti ( il museo e la biblioteca) e strumenti di conoscenza (i libri) di solito ritenuti “amici” dell’uomo, in certi casi possano diventare pericolosi, direi vere lame a doppio taglio – e non solo perché ci sono coltelli e bisturi un po’ ovunque nella narrazione-, se le mani sbagliate se ne impossessano. Se i librai indipendenti norvegesi hanno assegnato a La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke il “Premio Norli” come miglior esordio letterario dell’anno ci sarà una motivazione non vi pare? Io credo che nella narrazione il connubio tra i tempi di oggi e quelli di ieri, tra delitti concreti e presunti, tra antichi manoscritti e collezionisti rendano lo scritto di Brekke un bel thriller mozzafiato con colpi di scena imprevisti, capace di regalare al lettore comodamente seduto in poltrona la giusta scossa emotiva.
Titolo: La biblioteca del’anatomista
Autore Jørge Brekke
Ed. Nord pp.367 € 16,90
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