Perché lo scorso inverno mi sentii soffocare. Persi il respiro, dalla pancia mi salì su un vuoto. Adesso mi squarcio in un buco cosmico, pensavo, che tutto il corpo mi divora. «È giunta l’epoca del lavapentole inoxigenico», diceva la voce di Carosello dal tinello. E a poco a poco, il buco si espandeva, penetrava nella gola. Si condensava in una poltiglia di catarro, e cominciavo a tossire. «Oplà! E Cincincontriamo! Io con te, tu con lui». Buttavo per terra la coperta, poi la bambola di pezza Filomena; mi era venuto caldissimo, sfilavo la maglia del pigiama. Mi precipitavo giù dal letto, correvo in bagno. Sputavo. Una schiuma giallo fosforescente, come la bava delle lumache, mi riempiva la bocca. La guardavo scivolar giù dalla vasca, attaccarsi viscida alle pareti. «Vivo e fresco, appunto Cin», diceva Carosello. Poi arrivava mia madre, col grembiule e il mestolo sporco di brodo ancora in mano. «Sputa», diceva, «sputa», ripeteva, tenendomi premuta per il collo. «Io con te, tu con lui, tutti insieme». Espellevo saliva. «Sputa», diceva mia madre. Non ne posso più di sputare. «Io non ne posso più di sputare!» urlavo. Poi sentivo il pavimento gelido sotto i talloni nudi. Mi toglievo i pantaloni del
pigiama e ci montavo sopra. Mia madre usciva dal bagno. «A modo nostro, vivo e fresco», diceva Carosello, «vivo e fresco, appunto Cin». Tornava con la scatola dell’aerosol e uno sgabello. Lo metteva davanti al lavandino. Ci montavo sopra e lei m’infilava la mascherina sul naso facendo girare l’elastico dietro le orecchie. Collegava la spina al muro. «Vivo e fresco, appunto Cin». «Respira», diceva mia madre, «se respiri, guarisci ». Dalla scatola usciva un vapore di nebbia molto fitto e concentrato che incanalato su per il naso, mi faceva sentire come catapultata all’improvviso in cima a una montagna, dove tutta l’aria del mondo era finalmente solo per me. «Respira », diceva mia madre tenendomi per le spalle. «Cincincontriamo a fare Cin», diceva Carosello.
Una mattina di febbraio, non andai all’asilo. Mangiai le fette biscottate col salame, bevvi il caffelatte che era ancora buio fuori, poi mia madre mi rimise a letto. Mi cambiò il pigiama con uno più elegante, che aveva scelto Sara, decorato di bolle gialle rosse e blu e un orsetto lavatore, e sopra m’infilò un pullover, perché non dovevo prender freddo, dato che
nevicava.
Dopo arrivò il pediatra, che mi fece scoprire la schiena e ci appoggiò sopra una piastra gelida, collegata a dei tubi di gomma che si infilò nelle orecchie, e così poteva sentire il mio respiro. Poi mi batté le dita in vari punti, come quando si bussa a una porta.
«Questa bronchite si cura con lo iodio sprigionato dal mare», disse.
Mia madre mi rivestì; lo invitò in salotto.
Appena furono usciti dalla camera, scesi dal letto e andai ad ascoltare attraverso la porta, nel corridoio, che cosa si dicevano sulla mia persona, sul respiro che a volte mi mancava.
«Il sale», spiegò il pediatra, «è un vero toccasana per i bronchi infiammati».
«L’aerosol non fa abbastanza?» disse mia madre.
«Il mio consiglio è quello di portare la bambina in una
bella località marittima della Riviera. E farcela restare per parecchi mesi».
«Le sarebbe di giovamento?».
«Vedrà che rinascita!».
«Eh sì, è così bello il nostro mare…» disse mia madre.
«Bello e salutare», la corresse il pediatra.
Bevve un bicchierino di amaro a piccoli sorsi, con le narici dilatate, come se i cavalloni marini fossero davanti a noi.
Perciò quell’anno, dopo le vacanze d’agosto, non tornai a casa.
Mia madre telefonò alla pensione, dove ero rimasta sola con Sara, perché lei era dovuta tornare in città ad aiutare mio padre a mettere ordine nel magazzino della ferramenta. La signora Emma mi chiamò alla cabina del telefono, mi passò la cornetta: «Tieni, carina».
«Resti con Sara a Camogli», disse mia madre. «Sei contenta? ».
In fondo al corridoio, facendo scivolare sul muro il modellino della Spider, Gigi mi sbirciò di traverso.
«Perché?» chiesi.
«Così guarisci».
«Questa non è la mia casa e non ci sono i giochi…».
«Giochi con Sara», disse mia madre. «Vi divertirete, vedrai».
La sorella mi strappò di mano la cornetta.
«Cosa ci faccio al mare in novembre?» protestò. Non se
l’aspettava; era furiosa.
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