:: Recensione di La sindrome di Balzac di Aldo Putignano.

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la-sindrome-di-balzacCinque brevi racconti (La sindrome di Balzac, Arriba Ribas, Il cane di Pavlov, InFaust, Che sia da monito) compongono La sindrome di Balzac di Aldo Putignano Edizioni Cento Autori,  divertente e ben riuscita opera buffa piena di arguto umorismo e  spirito tutto napoletano. Non ho potuto non pensare a Massimo Troisi e Luciano De Crescenzo leggendo questi figli un po’ dispettosi della grande tradizione partenopea che se vogliamo va ancora più indietro nel tempo con i fratelli De Filippo. Specie l’ultimo “Che sia da monito”è un omaggio secondo me divertente e divertito alla mitica telefonata di Sergio Solli in No, grazie il caffè mi rende nervoso. Ne La sindrome di Balzac, racconto che apre la raccolta e dà il titolo all’opera, uno scrittore si trova a che fare con i grandi scrittori del passato che uno per uno occupano i suoi sogni mettendolo di fronte ai suoi limiti, ma siamo sinceri chi poi si è davvero letto per intero la recherche di Proust, io confesso come molti forse sono arrivata solo al terzo volume rileggendomi magari Un amore di Swann più volte. Finale inaspettato e bizzarro. In Arriba Ribas l’autore sbeffeggia e schernisce una certa idea di calcio facendo arrivare in serie A un vero brocco, e beffandosi di un annichilito Lotito incerto su come liberarsi del poco gradito ospite. Ne Il cane di Pavlov, un brachetto usato come cavia prende la sua rivincita sullo scienziato che lo usa per i suoi esperimenti. In InFaust ci troviamo davanti a uno scaltro personaggio che mette alla berlina e beffa niente di meno che il diavolo. Non si può non sorridere, leggendo questi racconti che scivolano via con leggerezza e rapidità, ma basta fermarsi un momento per capire che sono anche scritti bene. L’unico difetto che è troppo breve, ti verrebbe voglia di leggerne ancora.  

INTERVISTA AD ALDO PUTIGNANO – Seconda parte
(a cura di Diego Di Dio)

 
Ciao Aldo, benvenuto su LiberidiScrivere. Sai, i lettori di questo blog sono molto impegnati, quindi direi di arrivare subito al sodo, vale a dire alla tua ultima fatica letteraria. “La sindrome di Balzac” (Cento Autori). Direi di partire dal primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta: io l’ho letto, ma forse altri no.
Quindi spiegaci cos’è questa sindrome di cui parli.

Ognuno di noi ha dei libri che dovrebbe aver letto e che invece, per vari motivi, ha sempre ignorato. Cosa succederebbe se alcuni grandi autori della letteratura vi venissero a trovare in sogno per chiedervi conto delle vostre letture? Avete letto Guerra e pace? E tutto Alla ricerca del tempo perduto? A me è capitato, e gli autori non l’hanno presa bene. E il più cattivo era Balzac, non lo voleva proprio accettare…

A quanto vedo non sono l’unico a non aver letto tanti classici. Ma davvero i classici sono così importanti per un importante autore? Al di là del tono scherzoso e bizzarro del tuo racconto, cosa pensi sul serio in merito a questo argomento? Occorrerebbe leggere più classici, occorrerebbe consultare maggiormente i maestri del passato? Oppure questa è una scuola di pensiero superata?

Leggere è fondamentale, e ognuno dovrebbe costruirsi una propria gerarchia di autori. Leggere i classici è divertente e molto istruttivo, ma è impossibile leggere tutto: contemperare l’opportunità con l’istinto è necessario, ma non bisogna farsi spaventare dalle opinioni correnti. I libri vanno assaggiati per poter essere valutati, e le sorprese sono più frequenti di quel che si crede. In particolare poi bisognerebbe leggere Balzac (dai, Honoré, facciamo pace…).

Secondo racconto, “Arriba ribas”. È la biografia bizzarra di un calciatore pessimo, che prima si dedica al pallone poi all’idraulica. Mi ha fatto ridere, anzi sai che ti dico? Forse, nell’ambito della raccolta, è il racconto che osa di più. Ci spieghi com’è nata questa storia?

Non sono mai stato un grande calciatore, quindi l’immedesimazione è stata facile. Al che ho pensato (il pensare istintivo degli scrittori): cosa succederebbe se un calciatore scarso come me fosse proiettato nel grande circo della serie A? E se incontrasse un presidente come Lotito, per giunta? Credo che ne uscirebbe massacrato, ma si divertirebbe un mondo e alla fine una sua strada la troverebbe…

A proposito, domanda che nessuno ti avrà mai fatto, anche perché non c’entra assolutamente niente: tu giochi a calcio? Ci hai giocato? Che ne pensi di questo sport?

Ho giocato, maluccio a dire il vero, ma con grande spirito. Io ero quello che organizzava le partitelle e trovava i giocatori, sempre, anche all’ultimo istante. Un bene prezioso nel calciotto dilettantesco. Per questo motivo non mi mandavano in porta ma giocavo avanti dove al massimo non segnavo, ma di danni ne facevo pochi. Ora ho smesso, ma se Lotito chiama…

E dei calciatori che scrivono libri, che ne pensi?

Sono contento. Finché qualcuno pensa che attraverso un libro si possa comunicare qualcosa io starò dalla sua parte. L’aspetto mediatico e commerciale m’interessa meno, non sono loro i nostri rivali, anzi, noi scrittori siamo già particolarmente bravi a farci del male da soli.

Terzo racconto, “Il cane di Pavlov”. Io amo molto gli animali e, ti devo confessare, il cane di questo racconto mi ha fatto davvero pena. In pratica si trova a sopportare tutti i bizzarri esperimenti del padrone, anche se le ultime pagine lasciano presagire un lieto fine. Due domande su questa storia. Prima: dove volevi arrivare, raccontandola?

È una satira sul mondo della scienza, sui tanti esperimenti che non portano a niente e su quelli che invece hanno cambiato il mondo. Mi sono chiesto: e se la cavia iniziasse a fare esperimenti sullo scienziato?

Seconda, la classica domanda che non c’entra nulla. Tu ami gli animali? Che rapporto hai con quelli domestici? Mica tratti i cani come Pavlov ha trattato il suo, vero?

Giuro. Però anche il “mio” Pavlov non è così cattivo, anzi, in fondo è un rapporto inter pares, con qualche colpo sleale da entrambi.

Eccoci al penultimo racconto. Direi che senz’altro è il più “impegnato”. InFaust, titolo che grossomodo già spiega il senso della storia. Ce ne vuoi parlare?

La letteratura, il calcio, la scienza, e infine la religione. Un patto con il diavolo, tutto qui, ma anche in questo caso l’ipotesi di un ribaltamento: perché devono sempre averla vinta loro?

Tu venderesti mai l’anima al diavolo? In cambio di cosa?

Credo di averlo fatto ma non ricordo quando. Anche se conoscendomi ci avrei guadagnato di più a vendere l’anima a un pasticciere, per fini meno alti. Ma il diavolo è un disonesto, e io diffido dal frequentarlo: nel caso mio non mi ha neppure rilasciato la ricevuta fiscale.

La raccolta si conclude con “Che sia da monito”. È un mezzo noir che si distacca dalle storie precedenti e, in certo senso, è un racconto sui generis nell’ambito della raccolta. Come mai hai sentito l’esigenza di chiudere la raccolta con una storia così diversa da quelle precedenti?

È la storia più realistica, nonostante il grottesco di fondo. Viviamo in una realtà in cui l’ardire dei malviventi sembra non avere limiti sempre più ristretti. Ho voluto deriderli, un riso aggressivo, ma inutile: ho paura. Il monito è per i lettori: dobbiamo resistere, chi delinque non è meglio di noi, anche il diavolo può essere sconfitto, figuriamoci quattro fessi senza arte né cultura. Siamo noi i più forti, ma dobbiamo crederci, e vivere di questa forza.


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