Ecco che ci ricasco. Giusto qualche recensione fa dicevo quanto è difficile recensire un testo poetico o almeno quanto lo sia per me. Davanti alla poesia mi sento come l’albatros si Baudelaire, goffa e impacciata, con le ali pesanti di razionalità e logica. La cosa più onesta da fare in questi casi è invece lasciare parlare le sensazioni, l’inconscio, l’irrazionale che alberga in ciascuno di noi, e così io farò. Leggendo Permanenze lontane, la prima raccolta poetica dell’esordiente Maurizio Landini edita da Edizioni della Sera, ho provato una sensazione molto particolare, quella di trovarmi di fronte ad un uomo che guarda in faccia l’abisso e si chiede quanto la quotidianità, e la percezione del reale siano consolanti prima di diventare “cenere”. La parola cenere, infatti ripetuta, riporta simbolicamente al mistero di annullamento e consunzione che la morte porta con sé. L’autore per parlare di questi temi ha scelto un linguaggio molto vicino all’inconscio, perché la poesia, risana, guarisce le ferite dell’anima, porta serenità e prolunga in un linguaggio di comunione anche i rapporti drammaticamente spezzati, e la morte è la più inguaribile fonte di separazione e assenza. La morte che “come il fango arresta il cammino” si smaterializza e porta a percepire la realtà con occhi diversi, trasognati. Non c’è rabbia, collera, rancore, Landini si pone di fronte alla realtà delle cose con matura consapevolezza e compiuta saggezza. La morte è “fango” ma il dolore cambia come “Cambieranno/ i rami/ fuori dalla mia stanza”. La morte è “fango” ma non arresta il flusso di ricordi nei vivi, è ancora possibile uno squarcio di luce, ricordare le “t-shirt stupende, le ragazze bionde e le poltrone rosse del cinema”, il passato è vivo, presente, finchè la mente può tornare a raccoglierlo, a impreziosirlo di personalissimi momenti.
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30 agosto 2011 alle 7:18 |
Grazie agli amici di Liberi di Scrivere
Maurizio Landini