Liberi di Scrivere intervista Andrea Bruni
Ai tempi delle scuole elementari scopre Silvan e decide che nella vita farà il prestigiatore: alla medie incontra sulla sua strada “Il cavaliere inesistente” di Calvino e comprende che il suo mestiere sarà quello dello scrittore: ma la sua vita cambierà al Ginnasio per colpa di Enrico Ghezzi che presenta un epico ciclo di visioni notturne (Freaks, Simon del deserto, Il corridoio della paura): una vita rovinata. Per “venerare” il cinema ne ha fatte di tutti i colori: organizzare rassegne nei più remoti anfratti di montagna; scrivere un paio di libri che han venduto meno dell'autobiografia di Iva Zanicchi; impegnare i gioielli di famiglia per farsi mandare dal Giappone i dvd di Takashi Miike. Si definisce “bello come l'incontro casuale di un ombrello e di una macchina da cucire su di un tavolo operatorio” e “marxista rococò”. Il suo nome è Andrea Bruni, ma molti lo conoscono (e lo amano) su internet come il Conte Nebbia.
Una prima domanda che è ovvia ma inevitabile: il personaggio di Claudio, il luciferino Professore di Lettere, è in qualche misura autobiografico?
Forse è un Mr. Hyde, che odio. Ho fatto molti corsi nelle scuole e ho compreso come una persona, con un minimo di carisma, possa avere un grande ascendente sui ragazzi. Poi, quando ero al Liceo, sfortunatamente ebbi un Preside troppo innamorato del concetto di “Efebo”. Io e altri eravamo vittime di particolari attenzioni (carezze laide, moine, ecc.): noi si restava lì, senza proferir parola, terrorizzati dal suo ruolo di Preside… Da lì nasce Claudio.
Dopo “Sugli Sugli Bane Bane” hai intenzione di scrivere altri romanzi in futuro o questo resterà un unicum nella tua carriera?
Da tre anni sto lavorando a un romanzo ambiziosissimo, ove vorrei ricreare l’atmosfera folle e vitale della prima stagione del Surrealismo (dal ‘24 al 1930, più o meno). Un opus magnum terribile, perché devo dar voce a personaggi realmente esistiti. E che personaggi: Breton, Eluard, Dalì, Bunuel… Sono a pagina 50, giusto per dirti la fatica.
Da quanto ho capito, il tuo primo romanzo ha avuto una storia abbastanza travagliata, in quanto sei stato costretto a ricorrere a Lulu e solo successivamente hai trovato un editore tradizionale, Epika Edizioni. Ce ne vuoi parlare?
Io ho avuto rapporti difficili con gli agenti letterari. Essendo molto amico di professionisti come Lucarelli, Baldini, la Vinci, ho tentato la strada dell’agente: tutti mi hanno detto: “Ma il tuo è un libro sperimentale, una roba d’avanguardia… Non potremmo mai venderlo… In Italia ci vuole la storiellina lineare.”
Da qui la depressione, poi la decisione di autopubblicarmi con Lulu e, infine, con la partecipazione di coraggiosi amici, l’idea di fondare Epika!
Sei un grandissimo appassionato e conoscitore di cinema. È tra i tuoi desideri o obiettivi anche quello di scrivere e fare cinema oppure preferisci restare dall’altra parte dello schermo come spettatore cinefilo e critico?
Il cinema in Italia è morto, perché non vi è più una sana politica produttiva, e non vi sono (quasi) più sceneggiatori degni di questo nome: meglio restare dall'altra parte della barricata. Anche se non amo il termine “critico”, che conduce sia a Onan che a Narciso… Preferisco “studioso di cinema e conservatore del Bello in Celluloide”.
Qual è il tuo rapporto con Facebook e Internet più in generale? Ritieni che possa essere utile alla creatività oppure che rischi di omologare il gusto dominante ancor più della televisione? E ritieni inoltre che la visibilità ottenuta tramite FB ti abbia aiutato in qualche maniera?
Io sono un sostenitore di Internet: se qualcuno mi conosce in Italia, lo devo ai tempi gloriosi dei Blog. Non è un caso che con le mie note, con le mie piccole provocazioni, sto cercando di “blogghizzare” pure FB!
Valentino G. Colapinto
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