:: Intervista a Michele Fronterrè

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imprenditori-ditaliaBenvenuto Michele su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei, del suo lavoro, dei suoi studi.
 
Siciliano. Punta Sud Orientale. Vivo e lavoro a Torino. Ieri dicevo mi ci hanno mandato. Oggi dico ci sono venuto. Dopo il Politecnico, ho fatto il consulente informatico per un’azienda che si occupa di automazione industriale. Ho girovagato per l’Italia e un pezzo di Europa da uno stabilimento ad un altro per 5 anni. Poi ho deciso di mettermi in proprio. L’incontro con alcune persone mi ha permesso di accelerare i tempi. Oggi mando avanti due start-up tecnologiche all’interno dell’acceleratore di imprese del Politecnico di Torino che si occupano di energia.
 
Si occupa anche di letteratura e di teatro del novecento. Come è nato il suo amore per le lettere, non ostante la sua formazione prettamente scientifica?
 
Ho sempre letto tanto. Il teatro, la prosa in particolare  l’ho scoperta a Torino. A teatro. Lavia con Memorie del Sottosuolo, Pagni in Il Commesso Viaggiatore mi hanno fatto diventare un abbonato fisso. Ho anche avuto la fortuna di avvicinare Laura Curino, Gabriele Vacis del teatro stabile di Settimo (TO) e un teatro d’essay quello di Assemblea Teatro sempre a Torino.
 
Con Edizioni della Sera ha pubblicato il saggio “Imprenditori d’Italia” Storie di successo dall’Unità fino ad oggi. Come è nata l’idea di raccogliere queste testimonianze, di vedere il mondo dal punto di vista degli imprenditori?
 
Un mio carissimo amico mi ha spinto a scrivere di Olivetti. E’ iniziato tutto da lì. Poi è stata la volta di Riccardo Gualino, quindi di Dufour, via via tutti gli altri. Ho trovato una specie di format  rispetto al quale raccogliere queste biografie. Il format somiglia molto ai “casi aziendali”  che insegnano nelle business school. Cerco sempre di evidenziare qual è stato il vantaggio competitivo. La cifra distintiva dell’imprenditore. Perché ha avuto successo. Perché si è incaponito a fare una determinata cosa.
 
L’Italia vista con gli occhi dell’impresa, è un Italia in buona salute? C’è ottimismo, voglia di fare, speranza di una ripresa?
 
A questo paese non mancano imprenditori. Anzi. Il problema sono i capitali. E quelli li hanno solo i ricchi. E purtroppo non tutti i ricchi sono imprenditori.  Quando un imprenditore riesce a fare cose semplici che piacciono a tanti si crea sviluppo e vantaggi per molti.
Oggi di aziende di media dimensione che riescono a fare valore ce ne sono tante. Eccellenti. Ma se ne parla troppo poco. Abbiamo marchi fortissimi che fanno ancora la fortuna di gruppi industriali anche se non vantano una solida organizzazione. 
 
Come è cambiato il concetto di successo in questa epoca di crisi?
 
Una storia di successo rimane sempre una storia di successo. Le crisi ci sono sempre state, sono cicliche, sempre più acute ma è il capitalismo, il migliore sistema che ci siamo inventati e che ci fornisce supposte, preservativi, macchine e carne rossa per il maggior numero dio persone possibili. Le più fortunate. Che possono morire di cancro anziché di colera.
Se sei creativo, intraprendente e sai trovare le risorse oggi puoi con i mezzi sempre più potenti della rete internazionalizzare una società che offre sul mercato globale i propri prodotti e/o servizi. Devono essere semplici e piacere a tanti. Come vede “semplice” ricorre tantissimo. Di complicato c’è il “come”.
 
Precariato diffuso, poche politiche di sostegno all’impresa, poca propensione al risparmio. I giovani sono incoraggiati a diventare imprenditori? Che politiche adotterebbe? Che misure di correzione?
 
Questa è la domanda più complicata che potesse farmi. Non ho ricette. Ma posso dire questo. Bisogna fare quello per cui si è tagliati. Panettiere, macellaio, web designer, avvocato, ingegnere. Ogni mestiere o professione si può poi approcciare da professionista, da dipendente o da imprenditore. E’ questione di attitudine. E quello ognuno deve capirlo da solo. Se vuole il male della scuola italiana è l’incapacità di orientare.
Quando si decide di “fare impresa” i problemi che si incontrano non è tanto negli strumenti. La macchina burocratica ha una certa inerzia ma i problemi pratici sono altri. Le risorse finanziarie. Se oggi un’azienda vuole finanziare un progetto innovativo non può sperare nelle banche che sarebbe l’attore di prossimità più immediato ma deve ricorrere a strumenti regionali, nazionali o bandi europei.
Per i primi c’è molta concorrenza, i secondi sono affetti dalla instabilità politica e si rischia di aspettare anni prima di conoscere l’esito delle domande presentate, gli ultimi sono molto, troppo impegnativi per un’azienda  di piccola dimensione.
 
 
Il libro si propone di specificare che fare impresa significa fare sviluppo e per farlo da voce ai protagonisti diretti di questo sviluppo, gli imprenditori. Quale è il caso, la testimonianza che l’ ha più sorpresa in positivo o in negativo?
 
Sicuramente la parabola di Adriano Olivetti rappresenta quella più straordinaria. Per tutta una serie di motivi: dimensione, tasso di innovazione, tasso di cambiamento nel territorio in cui si è insediata, complessità dell’organizzazione. Successo planetario.
Vedere agli spettacoli di Laura Curino “Olivetti” operai piangere per un’ora intera. Un attaccamento ed una nostalgia impressionante.
 
Ogni imprenditore è fondamentalmente un uomo, con pregi e difetti, entusiasmi, passioni, amore per il rischio, dinamismo. Quali sono le caratteristiche che lo fanno eccellere, che lo portano ad emergere in un mondo così competitivo?
 
Non esiste ovviamente una regola fissa. Le dico la mia opinione sulla base di quelli che ho conosciuto e di quelli di cui mi sono documentato per come me li sono figurati. Sono delle persone con un ego fortissimo che riescono ad imprimere nell’organizzazione che creano una forza ed un dinamismo che solo chi l’ha provato può comprendere. Normalmente sono grandi comunicatori, capaci di smuovere le corde di ogni collaboratore facendolo rendere tantissimo. Sono spesso l’anima delle loro creature e purtroppo per quanto forte e robusta possa essere l’organizzazione che si danno le loro imprese senza di loro sono destinate a scomparire. Quando non succede c’è sicuramente una distorsione del mercato.
 
Che bilancio ha fatto ? E’ ottimista rispetto al futuro dell’Italia?
 
Ottimista. Per forza.
 
Ci parli dei suoi progetti per il futuro. Sta documentandosi per nuovi saggi?
 
Vorrei scrivere un libro di interviste impossibili.
 
Grazie di aver voluto parlare con noi.


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