Recensione di “Ecosofia” di Paolo La Torre, Et/Et 2010 a cura di Riccardo Falcetta

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ecosofia_mediumPadre Paolo ha occhi che hanno visto il degrado del dolore divenire carne, vita degli “invisibili”; tessuto connettivo tra migliaia di persone lontane dall’occidente iperesposto e oltre il margine di ogni vivere che possa considerarsi civile. C’è severità nello sguardo e nelle parole di questo sacerdote, nessuno spazio per la retorica: parole che recano gelo, per il peso della loro verità, una severità che nel farsi denuncia rimane espressione di rigore e speranza, nonostante tutto.
Da anni Paolo Latorre, missionario comboniano, vive e opera presso Korogocho, una tra le oltre duecento baraccopoli che, ai bordi di Nairobi, raccolgono metà dei cinque milioni di abitanti di tutta la capitale del Kenia. Un paese che dall’Occidente attrae interessi economici e accoglie nei propri resort da sogno torme di turisti più o meno ignari dell’incubo di quell’umanità che si consuma a pochi passi.
San Daniele Comboni, la fondò nel 1967: dopo dieci anni sarebbe divenuto primo vescovo in Africa. Il suo piano per la rigenerazione di quel continente contemplava due principi rivoluzionari per la chiesa e il mondo di allora: l'evangelizzazione dell'Africa doveva attuarsi con l'opera diretta degli africani (salvare l'Africa con l'Africa, era il suo motto); evangelizzazione e promozione umana dovevano procedere insieme.
Padre Paolo e confratelli, da anni si battono per il recupero dei ragazzi che lavorano nelle discariche inquinanti, le cui esalazioni mietono vittime nell’intera popolazione dello slum. Come l’alcol, di pessima qualità, prodotto dalle donne per il guadagno. Come la prostituzione – la paura più grande non è per loro quella di poter morire, ma quella di rimanere incinte. I comboniani lavorano per evangelizzare e, soprattutto, istruire; tentano di restituire un tessuto sociale sano e autonomo a una comunità e a una terra che l’opulenza dell’Occidente continua a preferire eternamente “bambina”, mentre resta terreno di sfruttamento. L’Africa è il ripostiglio della nostra civiltà, dice padre Paolo.
Ma cosa possiamo fare noi, qui, nel nostro piccolo?, chiede qualcuno. Le offerte sono certamente un aiuto dice il frate, ma non sono la via maestra. Non vanno vissute come consolatorie o in senso pietistico. Serve soprattutto rendersi conto che uno sviluppo globale più equo è possibile, a partire dai piccoli cambiamenti apportabili alle nostre vite. Meno spreco, di spazi e risorse: la condivisione. Serve un ripensamento della nostra vita, prima che anche per noi sia troppo tardi”.
 
Può, dunque, il puro spirito ambientalista sposare le istanze della teologia cristiana? Considerando alcuni passi della Bibbia, l’enciclica “In Caritas Veritate”, di Papa Benedetto XVI, e gli insegnamenti di quel San Francesco che dopo Cristo fu la vera coscienza rivoluzionaria della Chiesa cattolica, sì, parrebbe possibile. Anzi, “Ecosofia – per abitare il mondo”, erige l’ecologia a condizione del pensiero, forse ad autentico precetto di fede. Nel libretto, pubblicato dalla Et/Et, nella nuova collana “Riflessioni”, Paolo La Torre,  rivede i temi classici dell’ecologia, e dunque, il rispetto per l’ambiente, per il pianeta e le sue diversità, e la condivisione delle risorse, attraverso la parola evangelica. È estremamente importante proteggere il genere umano  dall’autodistruzione. C’è bisogno di una ecosofia, una ricerca del saper abitare questo mondo, mantenendo l’armonia tra il creato e l’Umanità. E ancora: La crescita e lo sviluppo significano cambiamento, i cambiamenti richiedono scelte e ogni scelta comporta un rischio, passando dal conosciuto all’ignoto. L’AMORE di Dio è presente in questo straordinario viaggio.
Punto di vista condivisibile o meno, a seconda che sia la Fede a guidarci o una visione laica. Chi scrive, è convinto che una idea antropocentrica come quella cattolica, totalmente imbevuta di specismo, nella misura in cui vede l’uomo al centro e come amministratore e custode del Creato (Dio li benedisse e disse loro: – siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, e soggiogatela. Abbiate dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. Genesi 1:27-28) dia adito da sempre a fraintendimenti. Commentando, La Torre prosegue: Sottomettere la terra non è un invito a trattarla come ci pare e piace […] dovrebbe essere inteso come l’esercizio della nostra autorità e capacità a risolvere situazioni in cui la natura può sembrare difficile da viverci e ostacolare la nostra attitudine a continuare, completare la creazione… Un concetto che sposta più in là il pensiero cristiano ma che, a nostro avviso, antropocentrico e limitante, tuttavia, resta.
Allora forse bisognerebbe spiegare all’Uomo come egli non sia che una parte della “creazione”, in un breve arco della Storia e che non sarà per sempre. Il mondo non gli appartiene se non nella misura in cui lui stesso è parte di una biodiversità che non ha il diritto di calpestare in nome di una superiorità biologica e morale (morale??) che rischia anche, per le sue azioni, di tracollare ed estinguersi prima del tempo.
L’impianto teologico dello scritto, poco o nulla toglie, comunque, al peso universale delle riflessioni di padre Paolo. Comboniano, si diceva, di stanza nelle baraccopoli di Korogocho, in Kenia.
Un paese che dell’Occidente emula l’espansione urbanistica selvaggia, fatta di spazi divorati dal privilegio, innalzata da grattacieli imponenti e semideserti. Un’attitudine predatoria e neocolonialista che reca squilibrio a spese dei più poveri, producendo sui margini centinaia di slums: baraccopoli, metastasi di un corpo malato. Soltanto Korogocho conta 120.000 abitanti, e sette “villaggi”, stipati in soli 1,5 Km2.  Per casi simili, tutt’altro che sporadici, in Africa e altrove, la sola freddezza delle statistiche può indurci a riflettere.
L’upgrading, il risanamento di baraccopoli come Korogocho deve considerare che da una parte del mondo (o di Nairobi stessa) si vive quattro persone in uno spazio enorme, sprecato, e dall’altra parte si vive con una altissima densità di popolazione, dove lo spazio manca ma non il profumo della vita vissuta in profondità!Questo dell’urbanizzazione è il  tema pressante e terribile del secondo capitolo e delle appendici fotografiche del libro. Tutto ciò che consumiamo in più in termini di spazi e risorse, rispetto a quanto è necessario, lo sottraiamo a qualcun altro che rimane più povero di noi. Per questo a Korogocho non vogliamo frigoriferi. Fondamentale: acquistando “Ecosofia”, con soli 5 euro contribuirete all’opera dei missionari comboniani nei villaggi del Kenia.
http://www.comboniani.org
Riccardo Falcetta

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