:: Intervista a Paolo Roversi a cura di Valentino G. Colapinto

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90-anni-buon-compleanno-bukowski-L-1Benvenuto Paolo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come da tradizione iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Suzzara, sulla riva mantovana del Po, nel 1975, ti sei laureato in Storia contemporanea all'Università di Nizza e risiedi a Milano, dove lavori come scrittore, giornalista e promotore culturale. Hai fondato e dirigi il famoso sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller “MilanoNera” – che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria – il “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival” e “Milano in Bionda”. Vuoi aggiungere altro?

Direi che c'è tutto. Posso solo aggiungere che da poco abbiamo lanciato un nuovo portale generalista che si chiama “Hotmag”, cui hanno già aderito una cinquantina di blogger. Se siete curiosi, dateci un'occhiata: www.hotmag.me  

Roversi e Bukowski, Bukowski e Roversi. Una passione, anzi quasi una felice ossessione, che ha prodotto finora ben tre libri tra biografie, raccolte di aforismi e “romanzi bukowskiani”. Apparentemente non sembri avere nulla in comune con Hank, il barbone sbronzo e misantropo: come nasce quest'affinità con il poeta maledetto losangelino?

Se scrivo romanzi, lo devo proprio a Bukowski. È infatti dopo aver letto il suo Post Office che ho desiderato diventare uno scrittore, anche se col mio autore non ho nulla in comune: non scrivo come lui, non tratto i suoi argomenti e la nostra narrativa è profondamente diversa. Il Vecchio, però, mi ha insegnato a non mollare, a tenere duro di fronte alle delusioni – inevitabili quando sei un esordiente – perché la scrittura è fatica e gli obiettivi si raggiungono solo coi sacrifici. Lui ha dovuto aspettare i cinquant'anni per essere considerato uno scrittore. Io ho ancora quindici anni di tempo per darci dentro… 

Ritieni che ci saranno altre opere ispirate a lui nel tuo futuro?

No, ormai ho dato. Magari parteciperò alla sceneggiatura, se trarranno un film da “Taccuino di una sbronza”, così come ne hanno tratto uno spettacolo teatrale… 

Questa biografia nasce anche grazie all'apporto della scomparsa Fernanda Pivano. Tu che hai avuto la fortuna di conoscerla da vicino vuoi raccontarci qualcosa di lei e del vostro rapporto?

Nanda amava gli scrittori ed era aperta e disponibile con tutti quelli che si interessavano a loro. Io quando l'ho contattata ero un emerito sconosciuto, un ventenne con una grande passione per Bukowski. A lei è bastato per aprirmi la sua casa e raccontarmi del nostro scrittore. 

Non hai mai potuto conoscere Charles Bukowski di persona, anche perché lo hai scoperto nel 1994, l'anno stesso della sua morte. Se potessi usare la macchina del tempo e incontrarlo in carne ossa, cosa gli chiederesti?

Niente di speciale. Come diceva lui stesso: gli scrittori è meglio conoscerli dai loro libri anziché di persona. Con Buk mi limiterei a fare una capatina al bar dove gli offrirei qualche drink… Magari gli farei provare il mio Mojito Radeschi. 

Quest'anno è uscito anche un tuo romanzo “Pescemangiacane” [VerdeNero, 2010], dove affronti con il meccanismo della crime fiction la tematica dello stupro ambientale subito dalla tua amata Bassa. Ritieni che un buon noir debba contenere sempre un pizzico d'impegno? E cosa rispondi a chi accusa i noir italiani di essere a volte troppo buonisti e politicamente corretti?

Il noir – ma anche il giallo – deve sempre prendere spunto da un fatto reale, da un problema della società. Almeno, i miei lo fanno. Altrimenti non ha senso scrivere se non per raccontare qualcosa che ti sta veramente a cuore. Non mi stancherò mai di ripetere che non scriviamo questo tipo di romanzi solo per svelare il nome del colpevole. C'è moltissimo di più. 

Con l'apprezzata serie di romanzi dedicati all'hacker Enrico Radeschi ti sei affermato come uno dei più validi noiristi italiani. Un tempo si riempivano le pagine culturali delle riviste con feroci discussioni sulla “morte del romanzo”, oggi invece va di moda parlare di “morte del noir” – vedi da ultima l'inchiesta condotta da Marilù Oliva sul blog “lapoesiaelospirito” – e c'è chi si spinge a teorizzare il “post-noir” (Raul Montanari e altri) o addirittura il “porn-noir” (Stefano Di Marino dixit). Tu che cosa ne pensi a proposito? Il noir ha ancora qualcosa da dire?

Questa diatriba è vecchia di un anno, o forse più. Ciclicamente se ne torna a discutere senza un apparente motivo a mio avviso. Per me si tratta solo di etichette che lasciano il tempo che trovano… Per quanto mi riguarda, comunque, la risposta migliore l'ho già data un anno fa, proprio di questi tempi a Roma, durante la presentazione de “L'uomo della pianura” con Giulio Leoni. Cosa ho detto? Non vi voglio rovinare il gusto della sorpresa, perché ve la potete gustare qui: http://www.youtube.com/watch?v=3IBX6mNAUWQ al minuto 2,10 c'è la mia risposta definitiva a riguardo. Non ne rimarrete delusi 😉 

Un'ultima curiosità: sei impegnato in mille attività diverse. Come riesci a conciliarle e a farti bastare ventiquattro ore al giorno? Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E qual è il tuo metodo di lavoro?

La notte è principalmente dedicata alla scrittura, così come quasi tutti i momenti liberi e i viaggi –  tantissimi su e giù per l'Italia – in treno. Durante il giorno lavoro in una multinazionale dove faccio l'informatico, il nerd, e questo mi è stato molto utile per la creazione del mio Enrico Radeschi, protagonista di quattro romanzi, che oltre al giornalista è appunto un hacker. Comincio a scrivere un romanzo solo quando ho tutta la storia in testa e una scaletta meticolosa già su carta. Trovo molto più semplice lavorare così e anche con una scadenza tassativa di consegna. Mi aiuta a concentrarmi, a canalizzare le energie e a non disperdere le forze in altro. Certo, per chi mi sta accanto, gli ultimi giorni prima della consegna sono infernali. E anche per me, in realtà, ma sotto stress rendo meglio, non ci posso fare nulla.

Valentino G. Colapinto

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