Indian Take away piacerà senza alcun dubbio a chi ama leggere libri di viaggio: ma non solo.
Questo romanzo è una vero viaggio nella cucina, nella cultura e nell’idea che abbiamo come occidentali dell’India.
L’opera è scritta d’altra parte con un punto di vista d’eccezione: un figlio di indiani espatriati a Glasgow prima della sua nascita, che parte per un lungo viaggio alla ricerca delle proprie radici e della propria identità di immigrato di seconda generazione.
L’idea di fondo del protagonista-esploratore apparirà alquanto bizzarra: cucinare per gli indiani piatti inglesi, così da riportare in terra natia un po’ di quel che la Gran Bretagna ha imparato dall’India. Ammesso che l’autore, Hardeep Singh Kohli sia un mago della tavola, pare comunque singolare l’idea che la cucina inglese, di certo non rinomata nel mondo per la propria raffinatezza, possa stupire i maestri delle spezie e dell’inventiva culinaria!
Ma pagina dopo pagina, l’autore affronta ben altri temi, descrivendo incontri, conversazioni, e offrendo un dettagliato diario di viaggio, ove particolare attenzione è data alla ricerca dell’India più autentica, non colonizzata, non sfruttata, non occidentalizzata.
E così apprendiamo, per opinione del protagonista, che attraverso la cucina e le avventure di viaggio è alla ricerca dello spirito di un popolo, che “L’India è una nazione immensa. A dire il vero non dovrebbe neppure essere una nazione, proprio come non lo è mai stata l’URSS. Ma sembra che le persone più disparate si sentano in qualche modo unite dalle pochissime cose che hanno in comune – tralasciando le miriadi di cose che le dividono. E sono convinto che uno degli elementi che tutti gli indiani hanno in comune sia proprio l’amore per le verdure”. Così, passando da un piano di osservazione all’altro, Hardeep Singh Kohli ci accompagna alla scoperta del suo stesso viaggio, attraverso Kovalam, Mamallapuram, Mysore, Bangalore, Goa, Delhi, Srinagar e Ferozepure, la sua città di origine, meta del suo cuore e della sua identità familiare.
Con una presenza di spirito singolare ammira, apprezza, critica, assaggia, sperimenta, confronta ed infine riferisce impressioni e sensazioni, speranze e sentimenti caratterizzati dal suo punto di vista complesso, perfettamente descritto circa a metà del suo viaggio con poche semplici parole: “Sapete, quando c’è in ballo l’India ho una doppia identità. Da un lato mi sento libero di criticare il Paese, ma dall’altro sono pronto a balzare in sua difesa se sento qualcuno parlarne male”.
In un mondo definitivamente globalizzato, in un’epoca in cui i temi dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’identità religiosa e culturale sono attualissimi, un libro come questo ha il pregio di affrontare tutti questi argomenti con riflessioni apolitiche, senza pregiudizi e umoristiche, offrendo un positivo scorcio della realtà, vista attraverso gli occhi di un immigrato di seconda generazione, ancora alle prese con il sospetto dei nuovi compatrioti e con la scoperta delle proprie radici.
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