Benvenuto Roberto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori: dove sei nato, studi, hobby, rituali.
Grazie a voi per l’ospitalità. Sono nato ad Alba (CN), città dove ancora vivo e lavoro, ho studiato a Torino, qualche anno di università e poi una scuola di giornalismo. Hobby non ne ho, avendo smesso di praticare sport (coltivo la mia pigrizia come una cosa preziosa), e non considerando la lettura, una delle cose che più mi piace fare, un hobby, ma una necessità primaria irrinunciabile.
Scrittore e antiquario, hai diretto per anni un galleria d’arte contemporanea frequentando il mondo degli artisti sempre un po’ bohemienne. Arte e letteratura è un binomio strettamente legato.
Sì, l’arte, qualunque tipo di arte (e quindi anche la scrittura), presuppone un’apertura mentale e un atteggiamento nei confronti della vita che in qualche modo ti aiuta a vivere meglio, o forse, solo in maniera diversa, quasi in un mondo a parte, non migliore, differente, ma con ritmi diversi, con sguardi più curiosi su quello che ti sta intorno. Il rapporto con l’arte contemporanea ritorna proprio nel mio prossimo romanzo dove uno dei personaggi è un artista (eroinomane) che vive New York.
Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?
Direi di sì, specialmente per quanto riguarda il primo romanzo, è che pensavo che dopo i due libri di racconti pubblicati con Stampa Alternativa di Roma tutto sarebbe stato più facile (con ventimila copie vendute, mi sembrava un buon inizio), ma non è stato così. Ogni muovo libro è quasi un ricominciare da capo.
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
No, all’inizio no, ma adesso sicuramente sì: Luigi Bernardi.
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
Se è una vera passione, una “malattia incurabile” come considero io la scrittura, e quindi non puoi (e non vuoi) farne a meno, leggere molti libri e provare a far leggere i propri a quegli editori che ti senti in qualche modo più vicino (questo sembra nuovamente un buon periodo per gli “esordienti”, tanti editori stanno presentando nuovi autori inaugurando collane editoriali ad hoc, tutti i giorni nasce una nuova casa editrice). Però, purtroppo, in Italia è quasi impossibile vivere solo di letteratura, il mercato editoriale è un falso mercato, buona parte dei libri pubblicati vende pochissime copie, perché questa è una nazione di scrittori che non leggono, nel mio secondo romanzo “Eccessi di realtà / Sushi Bar” a un certo punto il protagonista dice: “In Italia i libri non si vendono, non si leggono, ma in compenso si scrivono in quantità industriale, libri che poi nessuno compra, libri che nessuno legge, neanche regalandoli, forse. Se gli scrittori italiani leggessero l’editoria italiana avrebbe risolto i suoi problemi, tutti.”
Sei stato invitato a partecipare all’antologia di racconti “Nero Piemonte e Valle d’Aosta / Geografie del mistero” (Giulio Perrone Editore, Roma) vuoi parlarcene? Come è nato il progetto?
Barbara Balbiano, la curatrice dell’antologia, mi ha semplicemente parlato del progetto e mi ha chiesto se ero interessato a pubblicare un mio racconto (noir) con ambientazione piemontese (il mio racconto si svolge a Torino), e la cosa mi ha fatto molto piacere (è bello quando si passa dal proporre i propri lavori direttamente al momento in cui ti cercano gli altri perché interessati alla tua scrittura) dato che poi il prodotto finito è risultato un buon libro con ottimi ospiti, tra i quali Sergio Pent, Angelo Marenzana, Danilo Arona, Paola Ronco e Luca Rinarelli, che hanno scritto dei gran bei racconti. Un progetto sicuramente riuscito.
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?
Paola Ronco, il suo “Corpi estranei” (Perdisa Pop) è un ottimo romanzo.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?
Quelli che, forse, mi hanno influenzato di più sono J.D. Salinger, Ernest Hemingway, Charles Bukowski, Raymond Carver, Jay McInerney , Bret Easton Ellis, David Leavitt, Thomas Bernhard, Henry Miller, molti scrittori francesi, come Jean Paul Sartre (romanziere), Marcel Proust, Michel Huoellebecq, Jean-Philippe Toussaint, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Patrick Modiano. Senza dimenticare tutti i libri di Milan Kundera, Don DeLillo e Philip Roth. Mi piacciono anche Agota Kirstof, Martin Amis, Pier Vittorio Tondelli, Luigi Bernardi, J.G. Ballard , Cees Nooteboom, Jonathan Coe, Ian McEwan, Douglas Coupland, Arnon Grunberg. Mi fermo ma potrei continuare.
Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?
Io sono dell’idea che gli scrittori dovrebbero scrivere e non parlare in pubblico, spesso gli scrittori hanno scelto di scrivere per non dover parlare. Luigi Bernardi nel suo (bel) romanzo “Senza luce” scrive:
“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.”,
e io sono assolutamente d’accordo con questa frase. La scrittrice Annie Francois dice anche:
"Il posto di uno scrittore non è in un teatro di posa. Se un uomo scrive, è spesso perché non può, non vuole, non sa parlare. L'orale è la sua via secondaria."
Detto questo poi le presentazioni dei miei libri sono sempre un momento piacevole, specialmente perché incontri i tuoi lettori, ti confronti con persone che ti racconto cose del tuo libro che tu non avevi neanche percepito, fondamentalmente sono momenti molto belli. Ma rimango della mia idea, gli scrittori dovrebbero scrivere e apparire il meno possibile.
Hai un sito o un blog personale sul quale poter leggere tuoi racconti, aggiornamenti, curiosità?
Sì, il mio sito-blog è questo: http://romanzo.blog.tiscali.it
Parliamo di Carenze di futuro. Definito da molti critici un noir con venature esistenziali. Quanto sei debitore all’esistenzialismo? Ti senti in un certo senso figlio di Kafka, Camus, Josè Saramago
, Sartre?
L’esistenzialismo francese è stato molto importante per me, libri come “La nausea” di Jean-Paul Sartre e “Lo straniero” di Albert Camus hanno lasciato tracce profonde, radicandosi e venendo a galla raccontando le mie storie. E in un modo o nell’altro è successo in tutti i romanzi che ho scritto fino a questo momento. “Carenze di futuro” è essenzialmente la cronaca di una fuga, quella del protagonista (senza nome, come in tutti i miei libri, sorta di marchio di fabbrica, o se vogliamo di vezzo), da un paese non identificato dell’Italia del nord, alla Francia. Fuga che lo porta prima a Nizza, poi in Provenza e in fine in Camargue, e che è contrassegnata dall’incontro con vari personaggi, come un suo vecchio amico dei tempi dell’università (Cesare) o una strana ed inquietante ragazza (Sophie) che guida una chiatta fluviale. La vicenda è poi inframmezzata da continui e veloci flash-back, salti nel passato che preme per essere ricordato, come il tormentato rapporto con la moglie (Francesca), o l’appassionata e fuggevole relazione con una professoressa di francese (Simone) ai tempi dell’università a Torino. Il romanzo è strutturato in due parti, la prima raccontata da un io narrante e la seconda, dove, oltre alla “voce” dell’io narrante, si aggiunge, in parallelo, una narrazione in terza persona, dando un secondo punto di vista sulla vicenda, che pian piano, di pagina in pagina, comincia a tingersi sempre più di “nero”, e che approda, alla fine, a una quasi surreale e disperata fuga in bicicletta del protagonista per le strade della Francia. Il protagonista è in fuga perché oppresso dai debiti di gioco contratti con creditori che non si accontentano di pignorarti la macchina o la casa se non li paghi ma sono più propensi a tagliarti due dita della mano o a sparati in un ginocchio. Ma il gioco d’azzardo, l’usura, sono sullo sfondo, sono sfumati accenni narrativi, fantasmi di espedienti narrativi per raccontare i rapporti tra i personaggi e le loro dinamiche esistenziali, aprendo ma chiudendo velocemente finestre su esistenze che il protagonista sfiora nella sua fuga da un passato che non vuole passare verso un oscuro futuro.
Il genere noir è un genere difficilissimo da scrivere, molti ci provano ma pochi ci riescono veramente. Come ti sei avvicinato a questo genere quali sono gli scrittori di noir che preferisci e che pensi siano riusciti in questa difficile alchimia?
Il vero noir, in particolare quello francese, è un genere letterario molto interessante, è fondamentalmente “vera” letteratura, e come diceva uno dei miei autori noir preferiti, Jean-Patrick Manchette, “il noir è un genere morale. E’ la grande letteratura morale della nostra epoca”. Il vero problema è che è diventato moda, e sembra che buona parte dei romanzi in circolazione sia, ormai, noir, diventando un genere sterile, vuoto, privo di forza e vero interesse, come tutti i fenomeni di moda. Anche se poi il vero distinguo dovrebbe essere tra due generi di libri: buoni libri (quelli scritti bene) e cattivi libri (quelli scritti male).Comunque tra i miei autori noir preferiti, oltre a Manchette, mi piace ricordare Didier Daeninckx, Jean-Claude Izzo, Patrick Raynal, Leo Mallet e André Héléna.
Il protagonista di Carenze di futuro è un uomo in fuga, braccato dal destino, da veri e propri delinquenti, un uomo che scappa innanzitutto da se stesso. Questa conflittualità è un tema importante nel tuo libro. Come l’hai risolta? C’è una speranza di redenzione?
Non l’ho ancora risolta, i miei personaggi scappano praticamente tutti da se stessi (oltre che da situazioni più o meno complicate), è successo con “Carenze di futuro”, con i romanzi precedenti, e probabilmente anche con i prossimi. E’ un “tema” importante che non ho ancora sviscerato fino in fondo. Quindi per ora nessuna redenzione.
Come è il tuo rapporto con la critica? C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?
Il mio rapporto con la critica è buono, ho sempre avuto ottime recensioni (con poche eccezioni, ma anche le stroncature esistono, fa parte del “gioco”), e “Carenze di futuro” ha avuto un numero impressionante di recensioni (e quasi tutte è stato un gran piacere leggere). Guardandomi indietro mi piace ricordare il mio primo riconoscimento importante, che non è stata una recensione ma una vignetta che la “Talpa Libri” (l’inserto culturale del quotidiano Il Manifesto) ha dedicato al mio libro di racconti “H-D / Harley-Davidson Racconti” (edito da Stampa Alternativa), anche perché di solito la vignetta era dedicata al libro più importante della settimana, per capirci la settimana prima era dedicata a Umberto Eco (o qualcosa del genere).
Sophie il personaggio femminile più importante del romanzo è una donna complessa, infelice, misteriosa e affascinante. E’ ispirata a qualche personaggio letterario o reale?
E’ un personaggio di pura invenzione, un personaggio assolutamente letterario, che però nasce da me e dal mio essere un curioso osservatore della gente (reale), dalle persone che incontro, dai discorsi che queste persone fanno, o più semplicemente io mi immagino che facciano: parto dalla realtà (o presunta tale) che pian piano si trasforma in finzione.
Il tuo rapporto cone la musica. Sei un profondo conoscitore di un certo particolare tipo di musica. Quanto influenza la musica il tuo stile di scrittura?
La musica è alla base di tutto quel che faccio, da sempre, quindi anche la scrittura arriva da lì, e dato che la mia scrittura arriva dalla lettura (io sono prima un lettore famelico e poi uno scrittore), e molte mie letture arrivano proprio dalla musica. Per esempio per tornare agli esistenzialisti francesi, io sono arrivato a leggere Albert Canus attraverso l’ascolto dei Cure, infatti la loro canzone “Killing an arab” è ispirata a “Lo straniero”, e allo stesso modo sono arrivato a Edgar Allan Poe e Bram Stoker ascoltando i Bauhaus, in pratica ho imparato ad amare i libri più dai miei gruppi musicali preferiti che dalla scuola. La musica mi piace tutta, dalla New Wave degli anni ottanta all’indie-rock, dal jazz all’elettronica, passando per la musica classica: l’unico vero distinguo è la qualità. Ho trovato una radio di Parigi, che si chiama FIP, che trasmette esattamente questo: il meglio della musica, da Miles Davis ai Sex Pistols passando per Beethoven e i Lali Puna.
Puoi parlarci del Rumore della terra che gira?
“Il rumore della terra che gira” è il titolo del mio prossimo romanzo (che sarà in libreria il 22 settembre) e verrà pubblicato nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi (che, per questo, non smetterò mai di ringraziare abbastanza) dell’editore Perdisa Pop, uno dei più dinamici ed interessanti del momento. E’ un libro molto importante per me e, forse, uno dei più belli che abbia scritto (anche se detto da me probabilmente non vale), ed è un romanzo al quale sarà difficile dare un’etichetta, inserire in un “genere”, e dove la protagonista (uno dei tre io narranti, quello senza nome) sarà un
a donna: una bella sfida.
A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?
A Luigi Bernardi (e quindi a Perdisa Pop, che li pubblicherà) sono piaciuti altri miei due progetti editoriali, uno è un romanzo sul mondo editoriale italiano raccontato “a modo mio”, una sorta di “breve storia di uno scrittore di successo”, e l’altro è un libro che dovrebbe mettere insieme i protagonisti dei miei ultimi tre romanzi pubblicati, tre personaggi ai quali mi sono affezionato e ai quali ho deciso di dare una seconda possibilità di essere raccontati.
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