:: Intervista a Luigi Romolo Carrino

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carrino2grandeGrazie Luigi di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Chi è Luigi Romolo Carrino?

È informatico e scrittore. Ha quasi 42 anni spesi al massimo delle sue possibilità. Vive a Roma, è nato a Napoli, ma spesso lavora a Milano.

Scrittore per caso o per passione?

Passione. Una passione assolutamente urgente. La scrittura è un fondamentale della mia vita, sempre stata. Sono tuttavia stato sedotto anche dall’informatica, la parte di ingegneria del software (da non confondermi con gli smanettoni della tastiera o con gli architetti di prodotto), una passione anche per gli algoritmi volti a soluzioni di automazione. E poi, scrittura e informatica non sono così distanti…

Parlaci del tuo esordio. E’ stato difficile e sofferto o ti ha dato più soddisfazioni che amarezze?

Ho più di un esordio. L’esordio come autore di programmi radiofonici, avvenuto nel 1995 in una radio regionale campana. L’esordio in poesia, con Il Settimo Senso, nel 1998 per Il Laboratorio Le Edizioni. L’esordio teatrale, avvenuto nel 2002 con Ricordo di Famiglia, al Teatro Stabile del Giallo di Roma. L’esordio come curatore, per Magnum Edizioni, nel 2004. L’esordio nella narrativa, con i racconti per Mondadori, nel 2006. E poi Acqua Storta, il primo romanzo (o racconto lungo, che lo si chiami come si vuole), nel 2008. Esordio difficile? Direi di no, anzi. Ho solo e sempre aspettato il momento giusto, quando mi sentivo pronto.  

carrino1Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo rapporto con il tuo editore. Marco Vicentini com’è visto da vicino? Raccontaci un aneddoto divertente o bizzarro che lo riguarda.

Mi ha cercato Daniele Scalise, per Men on Men 5, partendo da un paio di racconti che “IQuindici” avevano pubblicato sul loro portale. Qualche mese dopo, a Meridiano Zero ho inviato Esercizi sulla madre (un mio romanzo legato semanticamente a Pozzoromolo, e che verrà pubblicato presumibilmente nel 2011), perché mi piaceva la collana Gli Intemperanti. Mi chiamò lui in persona, era agosto, per dirmi che il romanzo gli era piaciuto e che intendeva pubblicarlo. A un paio di mesi dall’uscita Marco mi consigliò di rivedere la scaletta di pubblicazione, e ho esordito con Acqua Storta. Marco Vicentini è prima una  persona fantastica e poi l’editore che tutti vorrebbero avere. Rispetta il tuo lavoro, ti consiglia, ti massacra se necessario, ti evidenzia tutte le falle del testo, ne discute con te ma non si impone mai (ma se le cose per lui non funzionano non si va in stampa, questo è certo). Ho un rapporto meraviglioso con lui, anche con gli altri membri della redazione. Beh, Marco è poco fisionomista. Ci siamo dovuti vedere almeno 4 volte prima che lui, incontrandomi, mi riconoscesse a botta sicura.  

carrino2Acqua storta, il tuo primo romanzo pubblicato, è un libro breve quasi un lungo racconto in cui tratti temi difficili con naturalezza. Ti sei ispirato alla cronaca, ad avvenimenti reali?

Giovanni Acqua Storta doveva essere raccontato. Sì, certo, ho preso spunti da voci di paese su due ragazzi appartenenti a famiglie di camorra della mia zona. E poi da una storia realmente accaduta, un boss mafioso che condannò a morte la sua stessa figlia per adulterio. Ma gli spunti finiscono qua. Acqua Storta rappresenta l’impossibilità del pensiero, di pensare il pensiero. Ho utilizzato questo contesto perché l’ossimoro camorra-omosessualità – con le sue evidenti leggi di machismo e virilità, di potere e prevaricazione, di discriminazione e plagio emotivo, leggi di violenza spesso intersecate con deliri esoterico-religiosi –, suggerisse senza possibilità di fraintendimento alcuno l’estrema similitudine del modo in cui l’omosessualità, l’omosessuale, viene considerato nella società, anche nella ‘civile’ Italia. L’unica differenza, tra i due contesti, sta nel fatto che non ti ammazzano fisicamente (oddio… visti i recenti casi di omofobia, non è manco detto). Detto questo, Acqua Storta è una bella storia d’amore. Un amore totalizzante ma non onnipotente. E sebbene i protagonisti di questa storia – Giovanni, Salvatore, ma anche Mariasole – non facciano una bella fine, sono contento che abbiano intensamente vissuto le loro passioni. 

Pozzoromolo, il tuo ultimo libro, parla di follia, di amore, di morte con un linguaggio poetico e destrutturato molto difficile da creare, che libri hai letto durante la sua stesura, a che scrittore ti sei ispirato?

Pozzoromolo è sangue crudo. La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della nostra mente, come mezzo di purificazione, e risalirne quindi ‘modificati’. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Sono anni che studio Lurija… Ho una fissazione sul discorso ‘memoria’. Ho letto molti testi dell’editore “Sensibili alle foglie”, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto… Ma anche da Francis Scott Fitzgerald (di Tenera è la notte ne sto facendo un remake), da Elsa Morante, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare…. Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove proviene. 

carrino3Parlaci di Esercizi sulla madre è vero che avrebbe dovuto essere il tuo libro di esordio? Di che temi trattava? Verrà pubblicato?

In parte ho risposto sopra. Pozzoromolo è raccontato nell’arco di un anno, attraverso questa forma a metà tra il diario e la confessione. Gli Esercizi, si svolgono nel tempo letterario di una sola notte, la notte in cui Gioia venne abbandonata dalla madre. Come dicevo è un romanzo, ma anche qui ho voluto sperimentare forme diverse, e ho intrecciato tecniche del racconto con quelle del monologo teatrale. Sono dieci monologhi che hanno per protagonista una madre, e rappresentano in sostanza sono le inferenze di Gioia sul motivo dell’abbandono materno. Dieci madri diverse, dieci motivi diversi, quasi comandamenti della ragione. C’entra anche il Test di Rorschach (le 10 tavole usate per il test sulla personalità) sommi
nistrato a Gioia, e poi il suo stesso lungo monologo (qui, teatralmente parlando) che lega i dieci racconti della madre. La lingua è più ricca, ma i temi sono più ‘scuri’ ancora, quasi horror in certi ‘esercizi’.  

Ami la poesia? Quale poeta ti ha particolarmente influenzato dandoti preziosi insegnamenti sulla vita, l’amore, la libertà?

Emily Dickinson, una poetessa terribile, reclusa, pazza, invasata, eccezionale. Emily mi ha guidato negli anni dell’adolescenza, mi ha strattonato, mi ha fatto capire che per capirti, dirti, comprenderti, non c’è bisogno sempre di andare al limite del mondo. E poi, che si può dare tanto in termini di poesia, di messaggio, anche restando chiusi trent’anni dentro casa tua. Per questo il suo approccio alla conoscenza, le sue lettere, sono stati la mia iniziazione ‘seria’ alla scrittura e, quindi, alla vita.

L’identità sessuale è un tema che tratti con profonda sensibilità, con rispetto, con pudore, i tuoi personaggi spesso sono caratterizzati da scelte sofferte. In che modo questo tema incide sulla tua narrativa?

L’identità sessuale è solo uno degli elementi delle cose che scrivo. Un pretesto, se vuoi. Il processo identitario mi è necessario per manifestare la base della mia poetica, ovvero la ricerca/accettazione di un sé quanto più autentico possibile, privo di tutte le stravaganze da ‘terapia comportamentale’ adottate in funzione della rappresentazione di sé.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri, non tanto nei fatti, più che altro nella caratterizzazione dei personaggi?

Il 100%. Tuttavia non troverai mai un personaggio che vive un avvenimento in modo ‘uguale’ a come lo abbia potuto vivere io. A volte non c’entra niente con la realtà dei fatti. Sottopongo le mie esperienze a un processo di trasformazione e di trasfigurazione. Posso transocodificare la sensazione di paura provata facendo un bagno in piscina a 5 anni con il terrore delle cose fluide sulla pelle.  

Carrino e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente colpito, facendoti esclamare finalmente mi hanno capito?

Sai, critica e recensione non sempre vanno a braccetto. Sono molto attento al parere dei lettori, di tutti i lettori che vogliono interagire con me (in questo senso, sono molto attivo sul web). Di solito – ma credo sia fisiologico – mi concentro maggiormente sulle critiche negative. Perché ce ne sono, anche se nessuno perde tempo a fare una recensione negativa (a meno che non hai venduto più centomila copie) e spesso te lo dicono a voce (magari è anche una carineria, una cortesia). Detto questo, le parole di Francesco Gnerre su Acqua Storta mi hanno quasi commosso, e anche le parole spese per il mio lavoro da Francesco Durante sono state un bel toccasana, uno sprono. E poi sì, la mail di apprezzamento che mi mandò Roberto Saviano. Ma sono cose affettive, non c’entrano molto con la frase “finalmente mi hanno capito”. Ultimamente anche le parole di Paccagnini e quelle di Serino mi hanno molto inorgoglito. 

Carrino e Pasolini. A mio avviso c’è una poetica del dolore che vi accomuna. Questo parallelismo lo condividi?

Pasolini è  un patrimonio italiano (e non solo). Amo Pasolini, ovvio che lo amo. Ma da qui a paragonarmi a lui, seppure nell’accezione della poetica che dici, direi che è quasi blasfemo. Ti ringrazio però, mi hai fatto contento con questo accostamento, solletichi la mia vanità. Tuttavia aspettiamo una ventina d’anni, vediamo cosa sono capace di fare, se ce la faccio. Anche se non credo riuscirò mai a scrivere qualcosa come Le ceneri di Gramsci, o a fare un film come Accattone

Napoli e Roma sono le tue città cosa le accomuna e cosa le differenzia? Dove ti senti veramente a casa?

La cosa in comune è la carnalità della gente. Io lavoro spesso a Milano, ti garantisco che la differenza con le città del nord  c’è e la senti sulla pelle. Non sto dicendo che una è meglio dell’altra. Mi piacerebbe trasferire a Napoli un po’ dell’efficienza dei servizi milanesi… Ma in fondo sono luoghi comuni, anche se posso affermare tranquillamente che se dovessi essere costretto a vivere in Milano mi butterei dal Duomo dopo la prima settimana. È buffo ma io spesso mi riferisco a Roma come alla mia matrigna buona. Tuttavia, è difficile che passi un mese senza che io metta piede a Napoli. Anzi: è impossibile. 

C’è qualche autore esordiente che ti ha particolarmente colpito per freschezza, talento, inventiva?

Il tempo materiale di Giorgio Vasta e L’infanzia delle cose di Alessio Arena. Li ho amati talmente tanto che ho inserito nel finale di Pozzo riferimenti ai loro rispettivi lavori. Sono due autori molto diversi, per formazione, stile, temi. Nella scrittura di Arena convivono inferni molto diversi (linguistici, territoriali) e in quella di Vasta, invece, c’è spesso genio e coraggio di tradire l’aspettativa di verosimiglianza. Arena lo conosco personalmente. Mi piacerebbe conoscere anche Vasta, spero capiti presto.

Ti piacerebbe pubblicare una tua raccolta di poesie? Ci sono progetti in merito?

Ho pubblicato finora due raccolte di poesia. La seconda (la prima l’ho citata poco sopra) è Tempo Santo – Liturgia della memoria, nel 2006, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni. Ne ho appena approntato una terza, Certi ragazzi, ma non sono ancora convinto, voglio farla ancora sedimentare. Io ho scritto e scrivo molte poesie, ma alla fine ci vuole distanza temporale per capire se effettivamente valgono qualcosa.

A che libro stai lavorando attualmente, puoi anticiparci qualcosa?

Principalmente due. Uno ha per titolo provvisorio Il Procuratore; si parla di omosessualità nel calcio. L’altro riguarda un gruppo di colleghi che sta per perdere il lavoro. Una cosa divertente, almeno credo, con incursioni nel mondo politico e economico. E poi il rewritten del capolavoro di Fitzgerald (spero i puristi non mi lincino…).

Le foto sono di Barbara Guazzone Barolo

Una Risposta to “:: Intervista a Luigi Romolo Carrino”

  1. Avatar di Sconosciuto utente anonimo Says:

    Complimenti, bellissima intervista, molto interessante! Non ho mai letto nulla di Carrino, anche se ho letto un gran bene su di lui. Prima o poi dovrò rimediare.

    Andrea

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