:: Intervista a Guido Michelone
Insegna Storia della Musica Afroamericana: quanto l’ha arricchita questa esperienza? L’insegnamento è per lei una vocazione o solo un lavoro?
Dipende dalle situazioni: io insegno sia in Conservatorio sia in un Master post-universitario; in Conservatorio ho trovato gli studenti più motivati in assoluto, in tutta la mia vita (benché insegni lì da soli quattro anni). Al Master, che compie dieci anni e che è orientato verso l’industria discografica (quindi più pop e rock) molti allievi mi paiono assolutamente indifferenti (tutti presi o meglio chiusi dalle loro musiche), altri (soprattutto ragazze invece che prima non conoscevano il jazz, il blues, il gospel o la bossanova, sono stati piacevolissimamente sorpresi e coinvolti!
La musica e, soprattutto il jazz, quanto incide nella sua vita?
Molto, parecchio, ormai è difficile distinguere la passione dalla professione, anche se in tutto ci metto sempre molta passione: per motivi di lavoro devo ascoltarmi sempre una quantità enorme di dischi, un po’ meno di concerti.
Si sente più un saggista o un narratore?
Mi giudico un saggistica che cerca di scrivere come un narratore, uno che racconta anche quando compone la biografia di un musicista. E nelle mie opere letterarie (non solo narrative, anche poesia e teatro) ho una poetica di estraniamento – alla Bertotl Brecht, se mi si consente un paragone altissimo – che mi porta a inserire nozioni, informazioni, materiali altri rispetto alle sole emozioni del meccanismo della trama. Mi ritengo insomma un avanguardista, in un’epoca in cui è difficile proclamarmi d’avanguardia, perché tutti con un romanzo cercano subito gloria, fama e denaro!
Ha scritto testi per spettacoli musical teatrali: è possibile trovarli in volume?
Si trovano sei atti unici riuniti nel volume Teatro Jazz uscito per le edizioni universitarie: al momento lo si può acquistare in facoltà a Milano oppure digitando Educatt dell’Università Cattolica di Milano.
Collabora con altri autori alla stesura di testi e antologie, com’è lavorare in sua compagnia?
Sono quasi sempre stato l’antologizzatore e non l’antologizzato. Si tratta di un lavoro per me molto soddisfacente e gratificante, anche perché non ho quasi mai avuto risposte negative dagli autori coinvolti. Ho quasi sempre trovato poeti, romanzieri, saggisti disposti anche a lavorare gratis, come me, per fare qualcosa di originale e di umanitario (le royalties di diversi testi ad esempio erano per Emergency). Però è il lavoro più faticoso che conosca, a livello di organizazione. Immancabilmente c’è sempre qualche ritardatario per la consegna del capitolo o del racconto; e poi c’è da fare un’opera di editing delicatissima: a me piace uniformare i testi di un libro sotto tutti i punti di vista, senza però correggere nulla a un autore, a meno che si tratti di una vista o un refuso.
Frequenta premi letterari, concorsi? Se sì, è mai arrivato in finale?
Ho partecipato anni fa, più come sollecitazione di certe case editrici con cui lavoravo; e devo dire che mi è andata bene: nel 1996 vinsi il Premio Tascabile Latina e nel 2000 arrivai secondo a Rimini Cartoons. Ho fatto di testa mia nel 2006 per uno strano concorso a Biella sui libri di spettacolo, dove spedii sei-sette miei libri e dove sono stato scelto per una conferenza, ma non ho mai capito o saputo chi abbia vinto! Ma a volte mi manca anche il tempo per sapere quali e quanti premi o concorsi esistano e purtroppo non c’è nessuna segretaria che lavori per me. Non sono un genio a curare le public relations!
Cosa pensa delle scuole di scrittura creativa come la Holden di Baricco? Pensa che la scrittura si possa insegnare?
Ho insegnato alla Holden, singole lezioni, oltre la presentazione di un paio di miei libri. Tutto si può insegnare: anzi sono convinto che chi più sa, è maggiormente avvantaggiato di altri; ma non è una regola fissa per diventare un grande scrittore o uno di successo. E poi un libro di successo non è necessariamente un grande libro; e viceversa!
“I Simpson una famiglia dalla A alla Z”, edito da Bompiani, è un libro divertente e originale: come le è venuta l’ispirazione a scriverlo? Ama i cartoni animati e i fumetti in genere?
È ancora oggi il mio libro più famoso, quello per il quale mi chiamano ancora per un’opinione o un’intervista. Ma si tratta di un’esperienza ormai chiusa. Mi sono occupato soprattutto di disegni animati per un certo periodo, quando scrivevo molto di più anche di cinema; essendomi poi spostato di più sulla musica, ho un po’ abbandonato l’argomento a livello professionale, senza nulla togliere che cartoons e fumetti mi piacciano molto, non però quelli commerciali, ma le espressioni d’avanguardia. Sono comunque arti dei nostri tempi: vedo ad esempio un futuro interessante nei generi delle grahic novel, ad esempio.
Lei ha scritto “Invito al cinema di Roberto Rossellini”, edito da Mursia: che legame vede tra cinema e letteratura?
Era il Premio Latina di cui parlavo. Oddio, il discorso cinema/letteratura è vastissimo. Il legame maggiore forse consiste nel loro aspetto affabulatorio, che andrebbe un po’ liberato: insomma cinema e letteratura amano raccontare, ma spesso con i soliti meccanismi narrativi, che invece andrebbero un po’ rivoluzionati, come ad esempio fecero esattamente mezzo secolo fa in Francia sia i film della nouvelle vague sia i romanzi dell’école du regard: ma, dopo un decennio scarso, nessuno ha realmente continuato o aggiornato quelle esperienze…
Anche gli scrittori, se non appaiono in tv, vengono ignorati: come giudica questa società dell’immagine che a volte penalizza i contenuti?
Il mio giudizio è pessimo: in tutte le arti, dal jazz alla poesia, dal teatro al cinema, dalla danza al romanzo, dal fumetto al rock o alla musica classica appaiono in TV o sui giornali i soliti dieci-venti nomi per categoria che hanno i film o i dischi o i libri nelle hit parades e che non sempre – anzi, quasi mai – sono i migliori. Gente che a volte non ha proprio niente da dire, ma che i mass media trasformano in maitres-à-penser. Ma è la logica o la legge del mercato e del profitto. Che ci possiamo fare? In Italia non c’è nemmeno una rete TV culturale, come in Francia o in Inghilterra, che promuova un po’ di vera cultura!
Crede nella scrittura su internet? Pensa abbia un futuro o anche Dostoevskij avrebbe le sue serie difficoltà se fosse vissuto al giorno d’oggi e avesse cercato di far conoscere la sua opera tramite un blog?
Internet è al momento lo strumento tecnologico più avanzato in fatto di informazione e comunicazione, dunque anche di cultura, ma corre rischi seri, perché è completamente anarchica, senza controllo, affidata al caso. Va bene il fatto che non sia soggetta a censure, ma quando propone valori culturali, occorrerebbero maggiori filtraggi. Pensiamo a Wikipedia: comodissima, utilissima, ma zeppa di errori – e lo sa benissimo – ma non è in grado di affrontare da sola una revisione. Anche tra i blog ci sono differenze qualitative notevolissime, ma non saprei che aggiustamenti proporre. Sarebbe poi discriminante? Forse un sito o un blog di saggi che consigliasse i blog o i siti più affidabili?
Le piace scrivere poesie magari abbinandoci musiche jazz?
Mi diverto, lo faccio da anni, tra non molto dovrebbe infatti uscire il mio primo libro di poesie intitolato Quasi dei blues, che raccoglie tutti i testi in forma di blues che ho composto da quando avevo diciott’anni a oggi, e son passati tanti anni…
Quali sono i suoi autori preferiti?
Mi è difficile rispondere, perché non ho riferimenti assoluti: non ho scrittori, musicisti, pittori o registi che rileggo, riascolto, riguardo in continuazione. Certo, ci sono gli autori che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. E poi molti che non ho letto, se parliamo di scrittori. Per la narrativa, posso dire che mi piace il modo in cui scrivono Borges e Dostoevskij, il primo per i racconti, il secondo per i romanzi brevi; ma entrambi per ragioni assai diverse tra loro. Anche Beppe Fenoglio per me è un grande: nei racconti è già prefigurata l’Italia di oggi, al di là di un’ironia e una secchezza di stile irraggiungibili. Da ragazzino amavo Pavese ed Hemingway, ma non li ho più riletti. Poco dopo, ho letto tutto Brecht e forse mi è rimasto dentro, così come certo teatro dell’assurdo dal tragico Beckett al comico Ionesco. Di recente invece ho scoperto Pessoa, geniale sia come narratore sia quale poeta. Ma devo confessare di non aver mai affrontato integralmente né Proust né Joyce; e nemmeno i romanzi lunghi di Thomas Mann, di cui ho molto apprezzato i testi più brevi, come anche quelli di Frank Kafka e Bruno Schulz. Una volta un giovane studioso generosamente mi ha paragonato a Thomas Pynchon, ma di quest’ultimo ha letto qualcosa in italiano e non ho capito quassi nulla! Troppi riferimenti! forse in lingua originale rende di più!
Che cosa proprio non le piace in un libro tanto da farglielo chiudere per non pensarci più?
Devo dire che cerco sempre di finire un libro, perché di solito è una scelta razionale e ponderata; non ho mai comprato un testo solo per la bellezza della copertina. So cosa voglio dagli scrittori, restando alla narrativa. Dal vero scrittore mi aspetto molto, perché pretendo molto. Non amo le trame scontate e, peggio ancora, lo stile sciatto. A quel punto meglio di buon autore di gialli: e in tal seno trovo assolutamente geniali Simenon, Hammett, Chandler e tanti altri, come pure nella fantascienza esistono geni indiscussi come Brown o Bradbury. Insomma, non mi piace il mainstream o l’international style, ossia quei romanzi fatti per le signore da tè delle cinque o che leggono in spiaggia sotto l’ombrellone. Detesto i libri scritti per i soldi, anche se molti – come Stephen King, per esempio – mi tengono incollato al libro dalla prima all’ultima pagina. Il fatto è che di rado scelgo un King, così come i testi da hit parade. E poi, sempre per professione, devo leggere molti saggi.
Parlando dei Beatles, partendo da un’analisi dei loro testi, come li giudicherebbe stilisticamente?
I Beatles sia come musica sia a livello di liriche non sono un unicum, ma vanno divisi a periodi: dopo quello yé-yé iniziale, con versi banalotti d’ispirazione amorosa adolescenziale, durante l’era psichedelica si avvicinano a una sorta di surrealismo, vicino anche alla pop-art e alla neo-avanguardia: assolutamente geniali, anche per il connubio testo/musica, tante canzoni in Revolver, Sergeant Pepper, Magical Mistery Tour, il doppio cosiddetto White Album.
“Senti un pop” è un opera a cui è particolarmente legato?
Ci teneva molto l’editore, pensava di fare il botto, ma non è stato così, colpa il solito rachet mediatico, di cui si diceva. Sì, io lo amo ancora, perché è un testo unico nel suo genere in Italia, l’unico a fare una storia della musica pop, partendo dal primo Novecento, mentre tutti iniziano cinquant’anno dopo, dimenticandosi che sono esistiti brani o personaggi parimenti validi o famosi.
Pensa che i mass media invadano troppo la privacy dell’uomo moderno?
Quando la televisione si sostituisce totalmente ai libri, priva le persone di una fonte meravigliosa di sapere e di informazione. I libri mantengono giovani, la troppa tivù (soprattutto quella italiana, pessima) rincoglionisce, detto senza mezzi termini. Se invece parliamo del modo in cui i media pedinano i personaggi famosi, a ciascuno il proprio mestiere e ognuno si prenda le sue responsabilità: mi sembra ovvio!
Quale è il libro che le è costato di più a scrivere?
Difficile rispondere: sul piano emotivo forse il mio primo romanzo Cinquanta. Secondo Novecento, che al momento è anche l’unico, perché il successivo è in realtà un lungo racconto. Mi è costato in termini di sincerità, perché c’è sempre qualcosa di molto autobiografico nelle proprie opere narrative, anche quando si parla di Marziani o del Far West. In termini di fatica o di stress sen’altro non un libro mio, ma una traduzione, l’unica traduzione che ho fatto (una storia dei mass media, appunto), perché avevo l’editore che mi assillava sui tempi di consegna e poi perché si è rivelata, per me, assai più difficile del previsto.
C’è qualche errore nella sua carriera che oggi, grazie all’esperienza, non rifarebbe?
Tanti errori di ingenuità: se potessi tornare indietro, sarei più scaltro nella carriera universitaria, per ottenere qualcosa di più a livello accademico. E sarei anche più attento a certe amicizie che poi non si sono rivelate tali proprio sul piano professionale: c’è in giro tanta gente cattiva anche in un ambiente (che si pensa al di sopra delle quotidiane miserie) come quello della cultura.
Viviamo in un periodo di crisi e anche la cultura ne risente: che rimedi suggerirebbe?
Suggerirei di investire molte più risorse (umane, economiche, eccetera) perché la cultura è un bene insostituibile; è qualcosa che ci rende liberi, felici, ricchi spiritualmente, assai più di ogni altra cosa, ad esclusione forse degli affetti personali.
Ama leggere in pubblico i suoi libri?
Sì, certo, magari solo alcune parti. Trovo che l’autore legga i propri testi meglio degli attori, troppo retorici e impostati.
Le piace la letteratura araba, quali autori conosce?
Ahimè non la conosco, anche se so che pure quella contemporanea è variata e notevolissima.
Oltre che scrittore è anche giornalista, il linguaggio del giornalismo pensa incida più fortemente sulle coscienze?
Il giornalismo scritto purtroppo oggi, quantitativamente, conta assai meno dello speaker televisivo. Più che giornalista (inteso come reporter o cronista) io mi sento un critico, uno che ad esempio ascolta un disco e cerca di spiegarlo alla gente, facendo capire perché sia bello o brutto, sia da comprare o no.
Ha tenuto conferenze al Salone del libro di Torino: come si spiega il successo di questa iniziativa ?
Si tratta dell’unica grande manifestazione del genere in Italia, in una città dove si legge parecchio, con tanti bouquinistes, con molte librerie e con buona cultura. La formula del Salone magari è un po’ invecchiata, ma le alternative sono difficili da realizzare per le ragioni di mercato di cui si parlava all’inizio: i grossi gruppi editoriali avranno sempre stand più grandi dei piccoli editori; così va il mondo…
Che rapporto ha con i suoi lettori?
Vorrei che fosse di rispetto reciproco e di dialogo aperto. Accetto le critiche anche molto negative, purché motivate: non sono permaloso, anzi mettere il dito sulla piaga spesso aiuta a correggere i propri difetti.
Ama concedere interviste o è fondamentalmente una persona timida?
Alla fine forse sono una persona timida, a certi gradi o a certi livelli; però le interviste mi piacciono, trovo sia una forma molto intelligente di dialogo interattivo!
La libertà cos’è per lei? uno stato d’animo, una necessità imprescindibile, un’utopia?
Potrei rispondere con una vecchia canzone di Giorgio Gaber, che dice: libertà è partecipazione. In breve, per me, libertà significa regole e valori, ma anche uguaglianza, fraternità, condivisione.
A quale progetto sta lavorando che le sta particolarmente a cuore?
Il mio prossimo romanzo, che è già in testo, ma non trovo il tempo di scriverlo, perché sto dando la precedenza ad almeno altri cinque-sei libri in arrivo!
Ha fondato l’associazione Gruppo 74, ce ne parli.
Ma è una cosa del 1974, quando ancora portavo i calzoni corti o quasi! L’idea per me era quella di fare un po’ una sorta di Gruppo 63, quello di Balestrini, Porta, Giuliani, Sanguineti, che era acqua appena passata, si era sciolto ufficialmente cinque anni prima, nel 1968. Sì, dunque, Gruppo 74, quattro-cinque amici con tante belle speranze, in provincia, una provincia che non è poi tanto cambiata da allora come mentalità e opportunità.
6 settembre 2009 alle 20:44 |
Vi seguo sempre, cari amici!
6 settembre 2009 alle 20:51 |
Quoto in particolare la risposta sui Beatles.