Posts Tagged ‘Recensioni’

I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia, Jacek Hugo Bader, (Keller 2018) A cura di Viviana Filippini

18 giugno 2018

260-KOLYMA-COVER

Tornano i reportage mozzafiato di Jacek Hugo Bader con “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia”, edito in Italia da Keller. Nel libro lo scrittore giornalista si addentra nella terra della Kolyma dove, durante il periodo del Comunismo, centinaia di migliaia di persone furono internate nei Gulag. Bader va alla ricerca di coloro, uomini e donne, giovani o vecchi, che furono rinchiusi  nei campi di lavoro con l’accusa di aver violato l’articolo 58 del codice penale russo (bastava raccontare barzellette che sbeffeggiavano il regime) o perché sospettati di aver idee contrarie al regime al potere o di essere delle spie. Secondo le fonti recuperate da Bader, una volta chiusi i campi, la maggior parte dei sopravvissuti si sarebbe raccolta lungo i 2000 chilometri dell’autostrada che attraversa la Kolyma. Dal porto di Magadan fino alla Jacuzia, Bader si addentra in un territorio che, pagina dopo pagina, si rivelare essere uno dei cimiteri più estesi presenti al mondo. In questo reportage di viaggio, oltre alla cronaca nella quale Bader narra il suo spostamento fisico sull’autostrada, evidenziando le difficoltà e lo stato di precarietà in cui è costretto a vivere (freddo, mancanza di adeguata connessione internet per inviare i suoi articoli, condizioni igienico sanitarie scarse, povertà estrema delle persone incontrate), lo scrittore ci racconta le persone. Molti degli ex internati non ci sono più, ma a narrare degli “zek” (ossia i reclusi o prigionieri) ci sono i discendenti (figli o nipoti) o conoscenti. Anche loro, uomini e donne ricordano e, allo stesso tempo, si arrabattano a sopravvivere facendo i lavori più disparati e disperati: truffatori, pescatori di salmone, cercatori di oro, commercianti corrotti. Non solo, il giornalista polacco si imbatte anche in studiosi che vivono ogni giorno cercando funghi e bacche, in scultori che vanno alla ricerca delle teste estirpate di Lenin e minatori intenti a scavare nelle fosse comuni in cerca di oro, dove invece trovano spesso resti umani degli ex internati. Bader ha svolto il viaggio per raccogliere queste storie nel 2010 e durante il suo cammino ha incontrato tanti individui che hanno fatto rivivere un passato di dolore e morte non a tutti conosciuto. Un ritratto chiaro e lucido di un mondo dove molti innocenti finirono vittime di Lenin e Stalin senza avere colpe precise e concrete. A fare da sfondo a questo viaggio il paesaggio della Kolyma, il suo freddo pungente con il permafrost (un terreno perennemente ghiacciato) pronto a diventare paludoso nei pochi mesi in cui le temperature si alzano. Il tutto è caratterizzato da una desolazione costante di un paesaggio popolato da anime dolenti e solitarie. Ogni incontro vissuto da Bader è la scoperta di un pezzo di vita, tradizioni, usi e costumi altrui e, allo stesso tempo, è anche un confronto emotivo sulle dolorose esperienze vissute dagli “zek”. “I diari della Kolyma. Viaggio ai confini della Russia” di Jacek Hugo-Bader mostrano una Russia composta da gente povera, sfruttata, maltrattata e costretta, in passato, ma anche oggi, a subire indicibili violenze che hanno lasciato ferite indelebili nei corpi e negli animi. Traduzione Marco Vanchetti.

Jacek Hugo-Bader è nato a Sochaczew nel 1957, ha una moglie, due figli e due cani. È stato insegnante in una scuola per ragazzi in difficolta, ha lavorato in un negozio di alimentari, caricato e scaricato treni, è stato pesatore in un punto vendita di maiali, consulente matrimoniale e ha gestito una società di distribuzione. Dal 1991 è reporter per la «Gazeta Wyborcza», il piu importante quotidiano polacco. Ha scritto numerosi reportage sull’ex Unione Sovietica, sull’Asia centrale, Cina, Tibet e Mongolia e vinto prestigiosi premi come il Grand Press nel 1999 e nel 2003, il Bursztynowego Motyla nel 2010 oltre all’English Pen Award proprio con I diari della Kolyma. Sempre per Keller è uscito in Italia Febbre bianca. Un viaggio nel cuore ghiacciato della Siberia (trad. M. Borejczuk).

 

Source: inviato dall’editore.

Veloce la vita, Sylvie Schenk, (Keller editore 2018) A cura di Viviana Filippini

5 giugno 2018

Veloce la vita

Veloce la vita, di Sylvie Schenk è la storia di un’esistenza che scorre rapida come i fotogrammi di un film nelle pagine del libro edito in Italia da Keller. La vicenda prende il via a Lione, nell’immediato dopoguerra, dove sono ancora ben presenti e tangibili i segni del conflitto bellico. Ferite più morali ed emotive, che fisiche. In questo mondo che tenta di rinascere prende il via la storia di Louise, una giovane in arrivo a Lione dopo aver lasciato il suo paesino di residenza sulle Alpi francesi. La ragazza giunge in una dimensione per lei tutta nuova lontana dalla sua famiglia un po’ opprimente e ottusa. Per la protagonista la città è un insieme di luci, movimento, nuove conoscenze divertimento e anche un po’ di insidie.  Un assaggio di forte autonomia e indipendenza che la porteranno a scoprire la vita e anche l’amore. Due sono i poli d’attrazione di Louise: Henri e Johannes. Henri, grazie al suo talento, fa il pianista jazz, però nasconde un dolore profondo che lo tormenta. Il giovane non riesce ad accettare l’uccisione dei genitori. Orfano, vive con la nonna in una vecchia casa dove c’è una grande biblioteca completamente vuota. Tra Louise e Henri non è vero amore, ma amicizia e anche confidenza che portano a galla il passato di dolore del giovanotto. L’intimità tra i due permetterà alla ragazza di scoprire che sono stati i Nazisti a far sparire i libri che un tempo riempivano quella casa. Johannes invece è tedesco e vive momentaneamente in Francia. Louise se ne innamora alla follia. La ragazza è così coinvolta che pur di sposare e stare con l’amato andrà contro la sua famiglia che non vede di buon occhio il suo matrimonio con un giovane straniero, soprattutto tedesco. Lei, testarda e tenace, accetterà di andare a vivere lontano della Francia per sentirsi coronare il suo sogno d’amore ed essere libera di agire. Solo una cosa la assilla Louise, giorno dopo giorno per il resto della sua vita, una frase detta da Henri che evidenzia come le persone della sua nuova famiglia forse non sono così innocenti come sembrano o come vogliono far credere. Parole che per Louise peseranno come un macigno. Nel romanzo della Schenk la storia della vita delle persone comuni come la protagonista e i suoi compagni di avventura si mescola con la Storia dei grandi e drammatici eventi che sconvolsero l’Europa tra il 1940 e il 1945, ponendo attenzione alle conseguenze che essi continuarono ad avere una volta finita la guerra. Nel libro non solo si assiste allo scorrere rapido del vissuto di Louise dall’adolescenza all’età adulta. Dalle pagine di Veloce la vita, a poco a poco, emergono anche le infanzie di Henri e Johannes, esistenze dove non sono mancate povertà, fame, discriminazione, sensi di colpa e lotta per la sopravvivenza. Eventi del passato che agiranno in modo forte sui personaggi e sul loro agire. Sylvie Schenk crea un romanzo dinamico, in movimento, dove i protagonisti attraversano e vivono la Storia. Veloce la vita è la vicenda di una donna che lotta per la sua autonomia e indipendenza in una società postbellica, non del tutto abile e propensa a fare i conti e a convivere con i tremendi spettri del passato. Traduzione dal tedesco Franco Filice.

Sylvie Schenk è nata nel 1944 a Chambéry, in Francia. Ha studiato a Lione e si è trasferita in Germania nel 1966. Ha pubblicato poesie in francese e, dal 1992, ha iniziato a scrivere in tedesco. Vive vicino a Aachen (Aquisgrana) e a La Roche –de-Rame, nelle Alte Alpi francesi. Quando Veloce è la vita è stato pubblicato in Germania nel 2016, i libraio lo hanno scelto come uno dei cinque libri più belli dell’anno.

Source: inviato dall’editore.

La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai (Palabanda editore 2017) A cura di Viviana Filippini

29 maggio 2018

downloadIn La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna, Ada Lai veste i panni di questa donna imprenditrice e stilista vissuta in Sardegna tra il 1716 e il 1810. La narrazione del libro, edito da Palabanda, prende il via da Muravera, dove la Sulis nacque, per seguire tutto il suo cammino esistenziale. La trama e è molto interessante, poiché non solo ci racconta la storia di una donna intraprendente, che si pose come una delle prime imprenditrici in un mondo dominato principalmente da uomini. Il romanzo di Ada Lai mette per iscritto la storia di una  di  donna, tramandatasi nei secoli grazie ai racconti orali delle donne di Muravera e a quelle di Quartucciu, dove la Sulis diede vita alla sua attività imprenditoriale. La Sulis fu fortunata nella sua vita, perché trovò un marito che non solo la amò sempre, ma che la sostenne in ogni sua iniziativa e attività. Il consorte in questione era personalità molto nota per la Sardegna di quel periodo, era il giureconsulto Pietro Sanna Lecca che diede vita agli “Editti e Pregoni”, voluti dal Re Carlo Emanuele III. Questi testi raccoglievano tutte le leggi e le Ordinanze emanate per l’isola di Sardegna tra il 1720 e il 1774. Appena sposata la coppia si trasferì a Cagliari (1735), dove la Sulis diede vita ad una fervente attività imprenditoriale che si diffuse in diversi ambiti, da quello culturale e sociale, fino a quello agricolo, tessile e della moda. Infatti Francesca Sanna Sulis introdusse la produzione e lavorazione di seta, lino e lana, permettendo alle donne sarde di emanciparsi cominciando a lavorare in questo settore. La seta prodotta nei laboratori di Quartucciu, come testimoniano i ricordi e le cronache dell’epoca, era tra le migliori al mondo, perché Francesca Sanna e le sue lavoratrici agivano con passione e dedizione per ottenere prodotti di qualità. E non si limitò a questo, infatti la Sulis diede il via al lavoro domiciliare e avviò delle vere e proprio scuole di formazione professionale per insegnare come si faceva la filatura. Accanto alla formazione lavorativa degli adulti, l’imprenditrice, per la quale l’istruzione era valore fondamentale per ogni essere umano, fece aprire anche le scuole basse, ossia istituti dove i figli della popolazione più povera potevano imparare a leggere e scrivere. La Sulis ebbe tre figli, ma nessuno seguì la sua strada nell’imprenditoria della moda. Due presero i voti religiosi e uno divenne avvocato e commercialista. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1810, quella ventata di progresso e innovazione del ruolo femminile che la Sulis aveva cominciato a radicare nella società sarda subì, purtroppo, una forte battuta d’arresto e, in generale, la donna della Sardegna perse quello slancio di cambiamento che era cominciato con l’imprenditrice di Muravera. Certo è che La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis. Donna di Sardegna di Ada Lai è un’importante testimonianza di una figura femminile che con grande intraprendenza e intelligenza si impose come uno dei primi esempi di imprenditoria, collaborazione e tentativo di emancipazione dell’universo femminile capaci di essere, allo stesso tempo, casalingo e imprenditoriale.

Ada Lai (Oristano 1950) ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e un Master alla Sorbona. Dopo aver lavorato per 17 anni all’Università di Cagliari è stata Dirigente del Comune di Cagliari, dove ha diretto tutti i servizi al Cittadino. È stata Direttrice Generale del Turismo regionale e Capo Gabinetto del Governatore della Sardegna. Ha fondato il Movimento “A.Cagliari”, per dar voce alle donne ed ai giovani sui problemi della città. Fa parte delle direttivo Parco Letterario Francesca Sanna Sulis. Ora, in pensione, si gode i due nipotini e si dedica alla scrittura.

Source: inviato dall’editore.

:: Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara (Todaro editore, 2018) A cura di Viviana Filippini

20 maggio 2018

ChiaraAppena si comincia la lettura di Acqua alta nei caruggi di Giuseppe Chiara sembra di essere capitati in un fumetto. Peccato però che Pippo e Topolino, in realtà, sono nel mezzo di un colpo all’ufficio postale. La rapina sembra perfetta, ma una cassiera si sente male, le casse postali hanno solo spiccioli e il tentativo di aprire la cassaforte è un pasticcio. Così disastroso che il terzo compagno, quello che fa il palo e che li attende in macchina- tal Olmo Vivera- è lì lì pronto per svignarsela, quando i due saltano in macchina e lo incitano alla fuga. Olmo è un fenomeno alla guida, almeno crede, ma il traffico dell’ora di punta, il furto del loro furgone e la polizia alle calcagna, più un pizzico di volontà furbetta del destino scatenano lo sfacelo. Olmo corre con l’auto, ma nel tentativo di schivare una ragazza, il mezzo sbanda, esce fuori strada e ci sono tre morti. Anni dopo, Olmo esce di prigione, ha scontato la sua pena per il reato compiuto ed è deciso a cambiare vita, deve solo imparare a convivere con lo spettro della ragazza della bicicletta, lei lo tormenta parecchio, anzi gli parla proprio. Olmo prova a stare lontano dai guai, però alla fine ci ricasca e si mette a lavorare per Giorgione, un malvivente locale per il quale il protagonista trasporta borse dall’originale contenuto. Tutto fila liscio fino a quando Vivera ha un nuovo incidente sull’autostrada Milano-Genova. La ragazza in bicicletta non c’è, l’auto slitta comunque, esce fuori strada e il borsone trasportato scompare e Vivera, uscito (o meglio fuggito) dall’ospedale, dovrà ritrovarlo. Motivo? Non solo Giorgione lo minaccia e gli sta addosso e vuole quel benedetto borsone. In parallelo al delinquente ci stanno pure le forze dell’ordine, in particolare l’Ispettore Podenzana, che gli fanno pressione per ritrovare quella borsa. Ad aiutare Olmo nell’impresa ci saranno Mara, ex compagna, ora amica, cantante di jazz e Carlo, ex compagno di furti, zoppo. Giuseppe Chiara, torna a pubblicare con Todaro dopo l’esordio con L’apprendista becchino, e questa volta il protagonista è un uomo di mezza età in una narrazione che ha tutte le carte in regola per essere un thriller. Lo squattrinato rapinatore seriale protagonista è uno che perde il pelo, ma non il vizio. Olmo prova a smettere di guadagnarsi da vivere con traffici loschi, ma non ce la fa e torna sui suoi passi –deviati- ma suoi. Si trova a fare le cose di sempre, con la solita – concedetemelo- sfiga costante che gli crea intoppi su intoppi, impedendogli di portare a termine le sue imprese. Anzi, Vivera il ladro pasticcione si caccia nei guai, peggio di un bambino che ruba la marmellata. Tanto è vero che ad un certo punto ci si domanda se è Olmo a cercare i gli intoppi o se sono gli intoppi a rincorrerlo e ad acciuffarlo. Un po’ e un po’ mi verrebbe da dire, visto che il simpatico e imbranato Olmo Vivera è lì, sempre sul filo del rasoio e della legalità nel suo dire e nel suo fare. In Acqua alta nei caruggi, Giuseppe Chiara crea un storia dinamica, dell’alta suspense presente in ogni momento della narrazione, dove  l’acqua (quella della pioggia e del mare) invade ogni caruggio di Genova e ogni pagina della storia, lasciando appiccicato addosso un senso di umidità costante.

Giuseppe Chiara è di Genova e aver avuto 15 anni nel ’68 l’ha segnato per sempre. Era convinto che l’immaginazione avrebbe conquistato il potere e invece ha vinto la noia. Loredana, la sua compagna, dice che è un Peter Pan grasso e calvo. Ama la famiglia, la birra e i gatti, ma non sempre in questo ordine. Questo è il suo secondo romanzo con Todaro editore.

Source: inviato dall’editore.

:: Come richiedere una recensione a un blog letterario

21 marzo 2018

bny

A grande richiesta (va beh grande, diciamo di qualcuno) ecco un articolo rivolto a quegli scrittori che mandano tante mail ai blogger e non ricevono risposta, e neppure una recensione. E si chiedono dove sbagliano. A volte non sbagliano neanche, ma certe cose è bene tenerle presente.

Senza pretese di esaustività sull’argomento naturalmente, e senza nulla togliere agli articoli di numerosi colleghi reperibili in rete, scrivo dunque questo post per essere d’aiuto a quegli scrittori che senza ufficio stampa, o in accordo con loro, scrivono direttamente ai blogger letterari proponendo il loro libro affinché venga letto e recensito. Non nego che in 10 anni ne ho viste di richieste bizzarre, o perlomeno formulate in maniera bizzarra, e a parte la maleducazione la cosa che indispone più di tutto un recensore è la trascuratezza e la superficialità. Ma andiamo con ordine.

Ci sono due scuole di pensiero: una prevede che le recensioni non vadano richieste, che siano spontanee. L’altra ammette che si richieda a un recensore di leggere il proprio libro. Badate bene ho detto leggere, la successiva recensione sia per un quotidiano, o per una rivista, o un blog non è mai dovuta, e tanto meno la si può pretendere.

Chiarito questo, non lo dovrei dire, ma il recensore non è una divinità indiana, di un ipotetico pantheon di intoccabili. Fosse anche super influente, super rinomato, super qualificato, esprime sempre un parere, un punto di vista personale delle cose e del mondo, a volte è vittima di preconcetti, e debolezze, come tutti. Per cui se temete il suo giudizio, non sottoponetegli i vostri testi. Se lo fate, aspettatevi di accettare critiche e giudizi a volte anche se non spietati molto sulfurei.

Risentirsi di una stroncatura, criticarla, attaccare il recensore (dopo), è una cosa da non fare mai. Lo dico per voi, nel vostro interesse. I recensori si parlano, i nomi degli scrittori che dopo anche una pur velata critica scatenano la propria orda di fan dietro al critico, fosse anche un giovanissimo blogger alle prime armi, circolano e bene non credo vi sia difficile immaginare, che i blogger poi cestinino le successive richieste, per quieto vivere o per stanchezza.

Se nella mail (breve mi raccomando) specificherete che accettate con educazione le opinioni altrui, vi assicuro questa breve frase aumenterà esponenzialmente le probabilità di essere presi in considerazione. (Poi naturalmente lo dovete fare sul serio, non usarla come frase di circostanza).

Cercate le parole adatte con cura, siete scrittori, non dovrebbe essere difficile. Evitate il linguaggio burocratico (per carità), o quello troppo confidenziale, da amiconi quando a volte manco ci si consoce, o peggio quello di chi pretende un servizio che il blogger non è minimamente tenuto a concedere.

Visitate il sito di riferimento, assicuratevi che il blog accetti libri da recensire, mi raccomando, può sembrare strano e incredibile, ma ci sono anche blogger che non lo fanno. Che vogliono scegliere da soli cosa leggere. Leggete dunque sempre la policy del blog, il genere di libri che il blogger recensore preferisce leggere, i suoi tempi, se ha messo in un cartello (ideale) sono sospese le richieste di recensioni, rispettatelo. Non farà eccezioni perché voi avete scritto un capolavoro. Ha i suoi buoni motivi che siano familiari, di salute, o perché si è stancato. Insomma rispettateli.

Vi confido un segreto, i blogger non stanno tutto il giorno ad aspettare le vostre richieste, fanno altro, a volte anche meno piacevole di dare una scorsa alle mail. E un blogger medio grande, riceve decine e decine di mail simili al giorno e il tempo essendo limitato, non permette di dedicare troppo tempo a questa attività. Se una mail non cattura l’interesse, viene lasciata indietro, vi confesso senza tanti sensi di colpa. E’ più una questione di sopravvivenza, ne convenite?

Quindi scrivete in buon italiano, perlomeno comprensibile, date segno di aver letto la policy e compreso i tratti salienti. Fate capire che ci tenete davvero al parere di quel blogger, e non solo per vendere più copie del vostro libro. Non è il mestiere del blogger fare vendere più libri. Il blogger scrive principalmente alla community dei suoi lettori, a loro deve rendere conto, loro con le loro visite tengono in vita il blog. Ciò non toglie naturalmente che le vendite possano aumentare, come effetto collaterale, se di un libro se ne parla, se ne discute ha più probabilità che circoli, che venga letto, e acquistato.

Infine, sperando di esservi stata utile, e nonostante ci siano tanti altri punti da toccare, ma sempre nel tentativo di essere sintetica ed efficace, nel concludere ricordatevi di ringraziare una volta pubblicata la recensione, che sia con una mail o con due righe sui social. Non è un pagamento in denaro, ma vuol dire molto per il recensore, e non c’è nulla di peggio che sentirsi usato e sfruttato. Un grazie può far miracoli, ve lo assicuro. E non vi sminuisce. I più importanti e famosi scrittori trovano il tempo per ringraziare del tempo dedicato ai propri libri. Gli addetti stampa, subissati di lavoro, trovano il tempo di scrivere due righe anche solo per far sapere che la recensione la si è letta davvero, e non si è solo appiccicato una testa impagliata nella parete del salottino da caccia. Non è solo bon ton, è più solidarietà tra colleghi (che si rispettano) e amici. Alla prossima.

:: Le stroncature danneggiano davvero un libro e di conseguenza un autore?

25 novembre 2017

bny

Credo che ogni blogger o recensore coscienzioso si sia posto questa domanda nel suo percorso lavorativo. Rispondendosi magari che se il libro è davvero pessimo danneggiarlo non è poi quel gran male. Si possono seguire due filosofie: il basta parlarne, (il vero danno per un libro è essere ignorato, scomparire nel nulla) per cui anche la cosiddetta pubblicità negativa è utile per vendere. O è un danno, protesto e cerco di limitare la libertà del recensore, perlomeno spingendolo a non pubblicare una recensione negativa, impossibilitato a fargli cambiare parere e scrivere contro coscienza. Diciamo che le stroncature non piacciono a nessuno, (un po’ centra anche l’ego, la cosiddetta vanità, ma non solo). Parlando da lettore hanno davvero influenzato i miei acquisti, anche le veloci recensioni di Amazon, poco strutturate, argomentate e a volte pure sgrammaticate. Se anche se ce ne sono tante positive, ne basta una negativa a farti venire dubbi. Che le positive siano pilotate? Che l’unica negativa sia scritta davvero da uno con le palle che ha osato dire la verità? Insomma è umano questo meccanismo, anche inconscio. Se capita a me che sono un lettore come dire informato, immagino che capiti anche su grande scala e danneggi realmente le vendite di un autore. Di solito i piccoli, le piccole CE tendono a essere molto combattivi in questi casi, probabilmente perchè riscontrano davvero che una stroncatura o più di una, più o meno autorevole, più o meno ben scritta, faccia calare le proprie vendite. Superando quindi il discorso su come è scritta, se è educata, rispettosa dell’autore e di chi ci ha lavorato a quel libro, se sia scritta con cognizione di causa e per validi motivi (per esempio non essendo influenzati dall’antipatia che può ispirare l’autore, per esempio), a volte si può scegliere davvero di non parlare di un libro, piuttosto che stroncarlo, anche in modo scientifico e inoppugnabile. Sempre naturalmente mettendo in conto che le opinioni sono personali, ciò che vale per me può non valere per un altro, etc… Io personalmente faccio molta fatica a scrivere stroncature, non mi piace parlare di libri che non mi sono piaciuti. A volte non riesco proprio a finirli, per cui il problema recensirlo o meno proprio non si pone. Ricordo il caso delle Cinquanta sfumature di grigio. Solitamente i libri che non mi piacciono li abbandono, quello mi sforzai di leggerlo fino alla fine, ma poi mi rifiutai di parlarne. Proprio non ce lo volevo sul mio blog. Preferisco non parlare di un libro che giudico nocivo. E non perchè tema critiche o rappresaglie. La stroncatura l’avevo pure scritta, ma preferii non renderla pubblica. Ritenendo che anche le stroncature possono generare curiosità.

E voi vi fate condizionare come lettori dalle stroncature? Avete mai non comprato un libro perchè un recensore che giudicate autorevole e competente, che proprio ammirate, ha detto che un libro non vale la pena leggerlo?

:: I blogger se contattati per una recensione a richiesta devono essere pagati?

16 novembre 2017

bny

Si è discusso parecchio in questi giorni sui vari social sulla liceità per un blogger di essere pagato per scrivere recensioni. Chiariamo subito gli influencer sono pagati per scrivere recensioni: hanno tariffari, a volte pubblici, sui loro siti, di norma i più seguiti chiedono dalle 100 Euro in su a seconda del tempo, dell’ impegno, della difficoltà, e della loro autorevolezza e visibilità. Ma i blogger, che non muovono quei numeri di follower, che hanno anche solo un piccolo spazio (magari certo ben frequentato), possono farlo? E soprattutto si può chiedere un compenso per una recensione letteraria? Concordiamo tutti sul fatto che sia una forma di recensione particolare, con competenze specifiche, ben diversa dalla recensione che so di uno spazzolino da denti o di un olio dopo bagno. Con tutto il rispetto per i recensori di questi prodotti, ma insomma ci siamo capiti, le cose sono diverse.

E’ opinione comune che non si fa. Perché? Perché no. Perché chi lo ammette in pubblico rischia la gogna mediatica, come la blogger che nei giorni scorsi ha scritto un post su Facebook (poi cancellato) in cui dichiarava senza mezzi termini che non poteva più permettersi di recensire gratis, che il suo lavoro andava retribuito. Se ne parla qui:  e pure in un vecchio articolo del 2015 qui. Anche su Instagram si è discusso, una blogger si è chiesta perché non è prevista una retribuzione economica da parte delle case editrici, di un rimborso per le spese per viaggi per esempio per le blogger che partecipano o vorrebbero partecipare agli eventi e o una retribuzione economica per le recensioni?

A questo punto infatti è giusto chiederci chi le dovrebbe pagare queste recensioni: l’autore del libro, la casa editrice, l’ agenzia pubblicitaria che fa promozione, il lettore, utente ultimo del servizio? E soprattutto ricevere un compenso inficia la buona fede del blogger, la sua autorevolezza e credibilità, lo spinge a scrivere solo recensioni edulcorate e elogiative? Per alcuni questo è già implicito solo per il ricevimento dell’ oggetto libro. Per la legge del mana, del dono che ti spinge anche inconsciamente ad essere riconoscente verso chi te lo fa. Anche se ogni lavoratore riceve un compenso e non si giudica il suo lavoro perché lo riceve, ma più semplicemente sul fatto che faccia o meno un buon lavoro, ovvero nel nostro caso sarebbe più giusto giudicare un recensione dalla qualità della recensione.

Ogni blogger sa che la stesura di una recensione di un libro richiede tempo. Innanzitutto bisogna leggere il libro per intero (leggerlo davvero, magari anche più volte, prendere appunti, trascrivere frasi, insomma lavorarci su), ci vuole del tempo per documentarsi sull’autore, ce ne vuole per la stesura della recensione, per la sua rilettura in cerca di refusi, errori, imprecisioni, per renderla fluida anche da un punto di vista logico e sintattico, se non estetico. Tempo, tempo, tempo, non sorprendiamoci quindi che molti blogger non leggano davvero i libri, o si limitino a scrivere “che bello” e due righe di trama. La professionalità e la competenza hanno un valore, un professionista raramente spreca tempo a scrivere recensioni se non retribuito. Dunque tutti quelli che scrivono recensioni sui loro blog sono degli incompetenti? Certo che no, c’è tanto volontariato o lavoro sommerso. Gente che percepisce un compenso e non lo dichiara. E non solo monetario, ma anche costituito dai classici capponi di Don Abbondio: inviti a eventi esclusivi, viaggi, vantaggi generici e non specificati. Una fitta rete di relazioni sociali, che sono indispensabili per un blogger.

Noi per ora abbiamo scelto la strada della non retribuzione. Chi vuole può farci piccole donazioni per ricompensare il nostro lavoro. E vi assicuro non lo fanno in tanti, quasi nessuno. Ma il punto è: è giusto lo sfruttamento sistematico dei blogger? Anche se consenzienti. Discutendo con David Frati di Mangialibri che fa in un mese quello che noi facciamo in un anno per intenderci, con 25,000 recensioni all’attivo e una collaborazione con Libreria Universitaria più banner di Google, beh lui con il suo grande numero di lettori al massimo riesce ad arrivare in pari con le spese di gestione del sito. E anche i suoi collaboratori e recensori sono su base volontaria.

Sì per il momento sì – ogni business plan costruito sui guadagni da banner (le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire) su google ads (unica vera fonte di reddito perché basati sul traffico, che grazie a dio c’è) come giustamente invocato qui sopra non riesce a coprire né giustificare la trasformazione da attività che si autofinanzia o poco più a fonte di reddito.

E ribadisce:

le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire, nemmeno a fronte di visite altissime.

Dunque la tentazione per un blogger di autofinanziarsi facendosi pagare per l’unica cosa che davvero gli richiedono e per cui c’è un mercato è tanta. L’ho fatto anche io parecchi anni fa. Perché ho smesso? Perché mi avevano convinto che non era una cosa ben fatta. Perché mi avevano convinto che non si deve percepire compenso per una recensione letteraria, su un blog. Perché mi aspettavo di crescere per poi poterlo fare su giornali e riviste. Ma quel salto, dopo dieci anni, non l’ ho mai compiuto. Purtroppo.

E ora chiedo a voi, cosa ne pensate? Che siate blogger o lettori. Se sapeste che un blogger ha ricevuto un compenso per una recensione, dichiarandola con appositi tag, pagando le ritenute consone, emettendo regolare fattura, la leggereste lo stesso?