:: Wild Things, Giulietta Iannone

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Wild Things non nacque come racconto, ma come testo molto più lungo, più come un romanzo breve, tuttavia il primo capitolo aveva un senso compiuto così lo pubblicai come racconto breve nella mia raccolta di racconti I Racconti di Shanmei #Vol3, disponibile su Amazon. Il romanzo, perlomeno, è un testo incompiuto, scrissi solo un paio di capitoli (e mi divertii molto), poi lo abbandonai come spesso faccio, ma non è male, almeno per me, ci sono abbastanza affezionata, per cui merita una nuova vita, buona lettura!

“Aspirapolveri Hoover. Il meglio del meglio. Sul mercato.”

Magliette sporche, piatti da lavare sul lavello e sul tavolo di linoleum rosso della cucina. Mia moglie mi ha lasciato e nella sua smania forsennata di libertà si è dimenticata di qualcosa. Bill un ragazzino di dodici anni lentigginoso con un ciuffo arancione al posto dei capelli. Mio figlio.
Volete un aspirapolvere? Elegante, indistruttibile, eterno. Più eterno dei vostri sogni, delle vostre illusioni, dell’amore di vostra moglie o di quel perverso meccanismo che ci fa credere alla costituzione e al diritto, almeno in America, di essere felice.
Paperino che uccide Qui Quo Qua nell’ordine. Sacrilegio. Mai bestemmiare Walt Disney. Spregio alla bandiera. Darle fuoco o usarla per pisciarci su? Una volta conoscevo un tizio…già mentre cerco di vendere aspirapolveri con il mio miglior sorriso stampato sulla faccia e i miei bei denti incapsulati, da quel rabbino incartapecorito del dentista Fiedelman, questi sono i pensieri che mi affollano la mente. Pensieri anarchici, inconsulti, bizzarri, forse patetici.
Allora lo volete o no sto meraviglioso supertecnologico esemplare di aspirapolvere? Consegna gratuita in otto giorni.
Beh se sei così fesso e ci credi sono fatti tuoi. Io ho la mia percentuale, Phil il fattorino ha la sua percentuale, Gene il magazziniere ha la sua percentuale. Tutti si alzano la mattina e lavorano per la propria percentuale. Siamo in America non a Rincolandia. Se non hai capito questo, beh è meglio che poni fine ai tuoi giorni. Amico.
Nella mia auto c’è una piccola foto di Gesù con scritto: “Papà non correre”. Beh ad essere sinceri è uno scherzo di mio figlio. Da quando ha smesso di credere a Babbo Natale e alla mamma ha maturato un certo cinismo ma in certi casi a dir poco imbarazzante. Comunque sorvoliamo su queste fasi di crescita, chiunque ha un figlio mi può capire.
Veniamo a noi. Tutto ha inizio una dolce sera d’ aprile. Me ne stavo tornando a casa a piedi con un sacchetto di carta della spesa in braccio per un allegra serata sportiva davanti al televisore con mio figlio. Baseball. Partita di qualificazione per i quarti. Joe di Maggio alla battuta e Marylin sugli spalti a firmare autografi e mordersi le unghie.
Era quell’ora prima del tramonto, dove tutto è indefinito. La luce bassa e giallastra, i televisori nelle case accesi in un brusio confuso nell’aria sonnolenta.
Stavo pensando ai fatti miei   quando noto una donna. Cappotto rosso , capelli neri. Si morde un labbro ed è esattamente davanti alla porta del mio vicino. L’investigatore con moglie giapponese di cui non vi ho ancora parlato.
La ragazza sembra nervosa. Continua a mordersi un labbro ed aspetta. Mi lancia un occhiata come se non mi vedesse e io mi pulisco le scarpe nella lama di ferro vicino alla cassetta della posta.
La ragazza è molto pallida. Oltre ad avere la pelle chiarissima la paura la contrae come un pezzo di madreperla. Ha lunghe ciglia nere arcuate che si agitano su occhi blu. Non azzurri, grigioazzurri, pervinca, cobalto, turchese. Blu.
Aggrotta un sopracciglio e io fingo di controllare il giardino. Le foglie sul prato, il rastrello vicino al garage. Lei niente, si stringe nel suo cappotto dal colletto di pelo e aspetta. Paziente, rassegnata, con l’espressione di una martire cristiana prima del pasto serale dei leoni nell’ arena.
Bill compare sulla porta, con un un’ espressione perplessa. Ringrazio Dio che la cucina da sul giardino del vicino e mentre cucino la cena osservo la ragazza dalla finestra sul lavello. Dal soggiorno il telecronista cazzeggia e Bill iniziando a sgranocchiare patatine e scolarsi coca cola prepara i divani per la partita.
Passo in soggiorno a cercare un coltello nel cassetto di un mobile basso e panciuto. Sullo schermo primo piano di Marylin con cappotto chiaro e collo di volpe . Ululato di Bill. Ignoro il tutto e torno in cucina a pelare patate abbassando la testa per vedere meglio la ragazza.
Ad un tratto la porta si apre e lei si anima per la sorpresa. E’ lui l’investigatore. Si guarda in torno con fare circospetto e porta la ragazza in soggiorno. Accende le luci e mi sposto vicino al frigo. Ho una panoramica perfetta del suo soggiorno. Le toglie il cappotto. Indossa un vestito grigio scuro. Molto semplice. Bill mi compare alle spalle.
– Non c’è movimento stasera- dice piano. Traduzione letterale, “La giapponese non è in casa”. Guardoni padre e figlio. Una generazione dopo l’altra.
Ostento un’espressione severa. Metto su a bollire le patate. Il baseball senza un’ insalata di patate con maionese, capperi e ketchup e come un viaggio di nozze senza sposa.
Bill torna in salotto e io mi improvviso cuoco. Inizio a tagliare cipolle, quasi portandomi vai una falange, su un tagliere di legno a forma di maialino e fisso il soggiorno del vicino. La ragazza, parla , si agita e lui le stringe il polso rigirandoglielo sulla schiena.
I suoi lunghi capelli scuri ondeggiano e io mi chiedo insistentemente chi dei due è in pericolo in quella stanza. La ragazza cede e inizia a fare le fusa come un gattino. Un attimo dopo sono nudi sul tappeto e intravedo solo le loro schiene alterne.
Corro al piano di sopra. Da li la prospettiva dovrebbe essere migliore. Prendo il cannocchiale dalla mensola sopra il letto di Bill e mimetizzandomi nelle tende sorveglio. Su cosa stiano facendo non ho dubbi su perchè il litigio abbia dovuto portare a quello si.
Bill mi picchietta la schiena.
– La partita, pa,’ sta iniziando- bela con la sua voce da capra e io lascio perdere. Poso il cannocchiale sulle orme della polvere e scendo nel soggiorno.
Mi sdraio sul divano e strappo la linguetta di metallo di una lattina. La partita può avere inizio. Un ricevitore ondeggia la sua mazza da baseball e Bill è disteso sul tappeto a pancia sotto tenendosi il mento con due mani.
I suoi capelli rossi mi oscurano parte del video ma non dico niente. Dopo un po’ con la scusa di prendere un bicchiere d’acqua torno in cucina e apro il rubinetto. L’acqua inizia a scorrere e le luci del soggiorno sono spente. Rapida occhiata panoramica e la ragazza con il cappotto rosso e già fuori. Seduta sulle scale del portico di Larry Green, l’investigatore. Tiene il viso nascosto nelle mani e posso scommetterci una decina di aspirapolveri che sta piangendo.
L’acqua continua a scorrere nel mio rubinetto e io la osservo. Patetica, disperata, indifesa. Una creatura sperduta in cerca d’aiuto. Si risolleva a fatica e attraversa il prato. Ormai è notte. Solo i lampioni della strada la illuminano dando sfumature blu ai suoi capelli corvini. Cade in ginocchio e vomita. Finalmente mi accorgo del rubinetto e lo chiudo. Poi mi verso un bicchiere di latte ed esco nella notte. Non ci sono siepi, ne steccati tra i nostri due prati. Mi inchino e le porgo il bicchiere di latte. Lei si volta. Ha macchie violacee sul collo, escoriazioni, graffi. Sta tremando.
-Lei chi è?- chiede. Ho quasi l’impressione di violare qualcosa. Di entrare in un luogo che non mi appartiene.
– Abito in quella casa con mio figlio- gli e la indico. Le luci accese, le sembrano rassicuranti-. Ho visto che si sentiva male-. San Giorgio armato di un bicchiere di latte. Il drago mi fissa con i suoi ipnotici occhi blu.
-Sono allergica al latte- dice e l’aiuto ad alzarsi.
– Venga le do qualcosa di più forte-. La porto in casa e Bill ci viene incontro ostile. Non voleva donne in casa. Spengo il televisore e la faccio distendere sul divano.
– Fila in camera tua – ordino a Bill e lui mi fissò incerto per un po’ poi per la prima volta in vita sua mi ubbidisce. Le verso del Brandy e lei l’ accetta. L’aiuto a berlo e lei si aggrappa al bicchiere con fili neri di capelli che le attraversano il volto.
– Grazie- bisbiglia e si lascia ricadere sui cuscini.
– E’ stata aggredita?- chiedo piano e i suoi occhi si venano di paura.
– No- urla quasi e mi fissa disperata-. Avevo un debito e non avevo altro modo di saldarlo- dice e chiude gli occhi.
– Le chiamo un taxi?- chiedo ma ormai lei si era addormentata. Le tolgo le scarpe e salgo a prendere una coperta. Quando torno le sbottono il cappotto e gli e lo sfilo. Lei è un peso inerte tra le mie braccia e respira con grandi rantoli. Le metto un cuscino sotto la testa e la copro. Rimango a vegliarla per un po poi mi appisolo su una poltrona. Al mio risveglio lei non è più lì.

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