:: L’ultima profezia di Nostradamus, Giulietta Iannone

Nostradamus

2 luglio 1566

Qui legent hosce versus nature censunto:
Prophanum vulgus et inscium ne attrectato:
Omnesque Astrologi, Blenni, Barbari procul sunto,
Qui aliter faxit, is, rite sacer esto.

La stanza era buia. Un unico raggio di luce filtrava attraverso pesanti tendaggi. In fondo alla stanza, accanto a un letto, l’uomo che dovevo uccidere aspettava fissando l’oscurità. Era seduto su una panca e c’era una leggera impazienza sul suo volto solcato da profonde rughe. Era vecchio, molto vecchio, una lunga barba biancastra gli arrivava quasi alla vita. A un tratto e non so per quale motivo si accorse di me; mosse una mano.
“Ti aspettavo; era ora. Non ti ha detto il tuo re che non bisogna fare aspettare i vecchi?” La sua voce risuonava acida come se provenisse già dal regno dei morti. Non ero per lui che un’ ombra, però mi parlava con famigliarità, quasi che mi conoscesse da sempre. Ero innervosito dal suo tono di voce e nello stesso tempo provavo una strana simpatia per quel vecchio la cui morte mi avrebbe fruttato cinquecento scudi d’oro. Se mi pagavano tanto per uccidere un vecchio che probabilmente la morte si sarebbe portato via molto presto anche senza il mio aiuto, un motivo doveva ben esserci. Ma a quei tempi non mi facevo domande. Ero un soldato, dopo tutto. Uccidevo perché il mio re me lo chiedeva, senza pormi troppi perché.
“Facciamo in fretta, spero tu sappia fare il tuo lavoro. Sono troppo stanco, per aspettare ancora.”
Ero disorientato, quasi esitante – poi l’abitudine prese il sopravvento ed estrassi l’ago avvelenato che scintillò un attimo prima di fermarsi nell’aria. Non riuscivo a trovare il coraggio di ucciderlo nonostante la ricompensa tintinnasse nella mia mente con il dolce suono di centinaia di auree monete.
“Mi stavate davvero aspettando?” chiesi stupendomi io per primo delle parole che pronunciavo. Non avevo mai parlato a un uomo prima di ucciderlo: farlo, creava un legame con la vittima, un legame che mai prima di quel momento avevo voluto creare.
“È da tutta la vita che aspetto il mio assassino. La mia opera è conclusa. La mia vita terrena è terminata, e che avvenga per mano tua non fa la minima differenza” disse sottovoce, continuando a indicare il mobile contro la parete. “Ciò che cerchi è lì, nel primo cassetto. Questa è la chiave.” Fece comparire dalle ampie pieghe di una manica una chiave di ottone.
“Se sapevi che stavo arrivando come mai non sei fuggito? Ci tieni così poco alla vita ?” Non riuscivo a credere che quel vecchio stesse davvero dicendo la verità.
“Tu sei un assassino, io un profeta. Non so chi di noi due abbia il destino migliore, ma così è. Tu togli la vita alla gente, io vedo ciò che succederà in epoche talmente lontane da stimare follia ciò che narro. Ma, sebbene possano pensare che le mie parole siano follia, se qualcuno auspica la mia morte evidentemente sono in molti a temere ciò che vedo.”
“Perché non tenti di difenderti?” sibilai movendomi in silenzio nella stanza e pregando il dio degli assassini di darmi il coraggio di portare a termine quella missione.
“Sarebbe inutile. Questo è il mio destino. Ma prima di morire esaudisci, ti prego, il mio ultimo desiderio. Prendi questa chiave e apri quel cassetto. Leggi attentamente ciò che è scritto in quel sottilissimo libricino dalla copertina rossa. È tutto ciò che ti chiedo.” Sospirò come irritato per la mia esitazione.
“Ma io non so lo leggere!” dissi, iniziando a pensare che stesse prendendomi in giro. Il vecchio sbuffò socchiudendo gli occhi. Occhi che avevano visto troppe cose, questo lo capivo anch’io.
“Lo so benissimo, sciocco! Ma imparerai. Il tuo destino cambierà da questa notte. Non porterai al nostro bene amato re il suo bottino. Tu da questo momento sei il primo mio custode.” La voce gli tremava di collera. Non so perché, ma proprio questo mi diede la forza di compiere la mia missione.
“Sei un vecchio pazzo!” gridai, e conficcai l’ago avvelenato nella sua mano ossuta. Un tonfo metallico mi fece sobbalzare – la chiave di ottone venne a fermarsi sul pavimento di pietra accanto al mio piede. Il vecchio si accasciò accanto alla panca; solo allora mi chinai a chiudergli gli occhi. La mia missione era compiuta. Michel de Notre-dame non avrebbe mai più minato la stabilità del regno con le sue folli profezie. In fondo era la prima volta che uccidevo per una giusta causa. Avrei dovuto sentirmi fiero di me, in pace con me stesso; e invece le parole di quel vecchio continuavano a risuonarmi nella mente. Mi ritrovai a fissare quella chiave e qualcosa più forte di me mi spinse a prenderla, a stringerla tra le dita. Aveva ancora il tepore della mano dell’uomo che avevo appena ucciso. Fissai nel buio il mobile e mi risollevai. Senza fare rumore aprii il cassetto e vidi il misterioso libricino rosso. Lo piegai e lo nascosi dentro una bisaccia che portavo a tracolla. Fuggii e raggiunto il mio cavallo iniziai a correre nella notte verso nord.
Una sottile pioggia iniziò a scendere sferzandomi il viso. Per la prima volta in vita mia provava rimorso. Non ero abituato a quell’oscura morsa che ora mi attanagliava lo stomaco. Un lampo zigzagò nel cielo e il fragore di un tuono mi rimbombò dentro. Incitavo con le briglie il cavallo a correre più forte ma quella folle andatura non alleviava quel mio sordo disagio. Raggiunsi l’osteria dove un messo del re aspettava il mio ritorno. Smontai da cavallo e mi diressi grondante di pioggia verso l’uomo che mi aveva assoldato per compiere quel delitto. Lo riconobbi tra gli ubriachi che dormivano scomposti sui tavolacci dell’osteria e che per un attimo invidiai. Avrei dato tutto per essere al loro posto, ma ormai era tardi. L’ossuto messo del re sollevò il suo sguardo ostile e mi sorrise mellifluo.
“La missione è dunque riuscita” disse compiaciuto, e prese un sacchetto di scudi d’oro. “Ecco la giusta ricompensa per un atto tanto eroico” bisbigliò con un sottile tono di derisione.
“Uccidere un vecchio!” dissi con disprezzo.
“Uccidere un traditore. Un pericoloso sobillatore” replicò assumendo un’aria compita, poi il suo sguardo si fece scaltro. “Avete trovato il prezioso manoscritto di cui vi ho parlato?”
“Sono stato pagato per uccidere un uomo. Non per indagare sulle deliranti visioni di un vecchio pazzo”. Una fugace, autentica paura accese lo sguardo opaco del messo reale; poi un sorrisetto beffardo increspò le sue labbra sottili, e annuì: “Certo, certo, avete fatto un ottimo lavoro. Ci ricorderemo di voi” disse con untuosa condiscendenza e si alzò fissandomi con disprezzo. Poi, senza voltarsi andò verso l’uscita e io sentii il freddo della morte andarsene via con lui.

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